La Rivoluzione green che oggi ha preso la forma e la sostanza (anzitutto, con lo scorporo della parte energia del Ministero dello Sviluppo Economico) della Transizione ecologica, incrocia, con forza, anche le politiche fiscali. Non potrebbe essere diversamente, sia per i volumi finanziari in gioco, sia per gli effetti che ne derivano (a iniziare da quelli economici ricollegabili, direttamente o indirettamente, ai cambiamenti climatici). Del resto, anche l’Italia ha preso impegni precisi con l’Accordo di Parigi e i partner G7 sulla rimozione dei sussidi ai combustibili fossili entro il 2025. I numeri, parlano chiaro. In ottemperanza alla legge n. 221/2015, viene periodicamente pubblicato nel nostro Paese il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli: l’ultimo disponibile, con dati 2018, ha stimato in un totale di 19,7 miliardi i sussidi ambientalmente dannosi (Sad), di cui ben 17,7 miliardi alle fonti fossili, e in 15,3 miliardi di euro quelli ambientalmente favorevoli (Saf). In totale, fanno circa 35 miliardi di euro. Entrambe le forme di sussidio pongono almeno un tema cruciale. Per quelle ambientalmente dannose, il loro ripensamento a fondo, in coerenza con gli impegni internazionali già assunti. Buona parte di esse, con scelte decise e importanti, è auspicabile siano riorientate verso altri impieghi, a iniziare dall’accompagnare e anzi accelerare il passaggio a un modo diverso di produrre l’energia di cui famiglie e imprese hanno bisogno, o dal realizzare forme più avanzate di mobilità sostenibile, sostenendo. nel tempo occorrente a questo complesso processo, occupazione e costi della riconversione tecnologica. Per quelli ambientalmente favorevoli, invece, la questione che si pone è quella dello sviluppo di sistemi non generici di verifica sul loro corretto e appropriato utilizzo da parte dei contribuenti, anche attraverso rimedi che consentano a questi ultimi di poter far valere le proprie ragioni contro eventuali dinieghi o contestazioni da parte degli uffici fiscali. Penso, in particolare, a sezioni specializzate della giustizia tributaria (con personale di magistratura provvisto di competenze specifiche e formato con percorsi ad hoc), da istituire con assoluta urgenza, se necessario anche al di fuori della grande riforma di cui si parla da anni. Il formidabile successo dell’Ecobonus, i cui inizi sono stati accompagnati da diffusi scetticismo e diffidenza negli ambienti dell’amministrazione finanziaria, ma che in anni di depressione economica ha dato un contributo tutt’altro che secondario nel tenere a galla alcuni comparti economici - sta, meglio di ogni altra possibile circostanza, a dimostrare che queste forme di sussidio sanno e possono essere fattore, anche potente, di sviluppo economico. Ma vanno assistite da un sistema di certezze (giuridiche e giudiziarie) che, da un lato, ne consenta la fruizione all’intera ampia platea di chi ne fa un uso corretto, e, dall’altro lato, permetta di distinguere e individuare la minoranza che, invece, ne abusa. Sì, dunque, a una seria riforma fiscale, ma senza dimenticare quei 35 miliardi di euro. (riproduzione riservata)