I Paesi duramente colpiti dalla crisi finanziaria hanno trascorso gran parte dell’ultimo decennio a tentare di risanare le proprie banche. Quelli che ne sono usciti incolumi, all’opposto, si sono dedicati a un’abbuffata di prestiti che li rende ora i primi candidati tra le vittime di una qualsiasi stretta creditizia derivante dall’aumento dei tassi di interesse negli Usa.
In testa alla lista, Australia, Canada e Svezia hanno goduto di tutti i benefici derivanti dal più basso regime dei tassi di interesse della storia, senza prima subire il tracollo economico e i fallimenti nel panorama bancario che hanno portato gli Stati Uniti e l’Europa a intraprendere manovre di emergenza. Essendo passati oltre la crisi di Lehman Brothers in buona salute, gli istituti di credito di questi tre Paesi non hanno imparato la lezione che ha flagellato le banche in altre economie sviluppate: spinta sui mercati degli immobili residenziali e attenzione alle problematiche legate ai finanziamenti in valuta estera. Per quvesto il prossimo problema avrà origine nei luoghi per cui nessuno si preoccupa.
La Riksbank, la banca centrale svedese, non è certo tranquilla: ha messo in guardia dai rischi del mercato immobiliare e ha espresso pubblicamente timore circa la solidità delle proprie banche. Inoltre si ritrova in una posizione insolita rispetto agli altri istituti centrali, in quanto non ha il potere per limitare il prestito: tali norme macroprudenziali sono stabilite dal governo. Il Canada ha più volte irrigidito la regolamentazione in materia, con il solo risultato di spingere i mutuatari verso entità non bancarie. E da un’indagine di alto profilo stanno emergendo criticità anche in Australia.
Tuttavia, nulla di tutto ciò ha alimentato un incremento dei tassi né ha invogliato gli investitori a richiedere azioni significative da parte delle banche. Ian Harnett, chief investment strategist di Absolute Strategy Research a Londra, aggiunge Norvegia e Nuova Zelanda alla lista. Aiutate da un mix di materie prime ed esportazioni verso la Cina hanno evitato il peggio durante la crisi del credito nel 2008-09, ma hanno comunque beneficiato della politica dei tassi che ne ha seguito.
La Svezia è un caso emblematico in ambito di crisi finanziarie: allo scoppio di una bolla immobiliare, nei primi anni 90, il sistema bancario locale ha subito una catastrofe stile Lehman. Tutti i depositi erano garantiti dal governo, per un costo di circa il 4% del pil, in cambio del quale la Svezia richiedeva titoli bancari, successivamente venduti. È stata la lezione del 1992 a tenere sotto controllo le banche durante il boom globale degli anni 2000 e a permettere a Stoccolma di superare la crisi. Tuttavia, attualmente, un indicatore di preallarme della vulnerabilità finanziaria sviluppato dalla Riksbank riporta un livello più elevato di quanto non fosse prima del crollo degli anni ‘90 o nel 2008. Una notevole attività di prestito, anche in un mercato immobiliare in rapida crescita, non implica che il disastro sia inevitabile. Se i prestiti sono utilizzati in modo produttivo possono stimolare la crescita economica ed essere facilmente rimborsati, mentre un’economia forte può far fronte ai crediti inesigibili. Ma l’aumento del debito privato in generale, e del debito ipotecario in particolare, è uno degli indicatori più affidabili di guai in vista, perché rende un Paese più vulnerabile agli shock economici o finanziari. Basti guardare il rapporto tra il prezzo delle case e il reddito. Con le bolle immobiliari del 2007, secondo i dati dell’Ocse, Irlanda e Spagna erano maglia nera. Ora Canada, Australia e Svezia, insieme a Nuova Zelanda e Norvegia, sono molto più avanti rispetto agli altri Paesi sviluppati e vicine ai livelli irlandese e spagnolo del 2007. In caso di guai, Svezia, Australia e Canada presentano un fattore moltiplicatore: le banche si finanziano all’estero, e spesso a breve termine. Il che le espone a qualsiasi inasprimento delle condizioni globali di finanziamento; sia dopo il caso Lehman sia nel 2011-12 nell’Eurozona, il panico è stato acuito da una carenza di dollari al di fuori degli Stati Uniti. Il finanziamento estero pone un serio dilemma alle banche centrali nel momento in cui si verifica il disastro. Tagliando i tassi per aiutare i mutuatari nazionali, la valuta si indebolisce e le banche pagano di più per il finanziamento all’estero, ma aumentando i tassi per sostenere la moneta, i debitori hanno maggiori probabilità di insolvenza sulle banche. Il mese scorso la Bri ha messo in allerta gialla Australia e Canada per la dipendenza eccessiva delle banche locali dal finanziamento estero. La Norvegia è l’unico Paese in allerta rossa circa il finanziamento estero ma anche Australia e Canada non vanno bene in altri tre indicatori di debito della Bri. Il Canada è l’unico in difficoltà su tutti e quattro, con un rosso su due e il giallo sui restanti. La Svezia ha un allerta gialla in relazione a quanto le famiglie pagano per onorare il debito.
I mercati degli immobili residenziali tendono a calare leggermente prima che si verifichi una crisi e sembra già iniziato un rallentamento in alcuni dei segmenti più freddi. In Svezia il prezzo degli appartamenti è crollato. Secondo l’indice Nasdaq Omx Valueguard, a Stoccolma è in discesa di oltre il 10% negli ultimi 12 mesi. In Australia la flessione è minima finora: a marzo i prezzi riportavano una depressione di circa il 2% anno su anno. A Toronto si sono abbassati del 7% dalla scorsa estate. Il fenomeno potrebbe essere esacerbato da norme più severe: una commissione australiana ha intenzione di raccomandare una maggiore due diligence prima della concessione di un prestito. E il Canada ha appena dato un giro di vite al fine di garantire che i mutuatari siano in grado di far fronte a tassi più elevati prima di accendere un mutuo. Tuttavia, emergono anche isolati indizi sul genere delle complicazioni riscontrate durante la crisi dei subprime negli Stati Uniti: lo scorso anno il maggiore creditore ipotecario non bancario del Canada è sopravvissuto a una frode da svariati miliardi di dollari solo grazie al salvataggio messo in campo da Warren Buffett. Timori circa questi episodi sono emersi anche nell’indagine in Australia.
In realtà i tre Paesi hanno le potenzialità per trovare una via d’uscita. I crediti inesigibili rimangono bassi, la Svezia è al penultimo posto in Europa, e le loro economie stanno andando bene. Ma per individuare le vittime più papabili delle politiche di denaro facile, ha senso partire dall’osservazione dei loro maggiori beneficiari.
traduzione di Giorgia Crespi
