L’effetto della guerra in Iran sull’economia italiana non è più solo una previsione: è già visibile nei dati. Se la guerra in Medioriente si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza dei costi energetici salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). «In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese» si legge nella Congiuntura flash di aprile del Centro Studi di Confindustria, per il quale lo scenario risulta «peggiorato», con una serie di indicatori che segnalano un raffreddamento dell’attività economica.
Il caro energia, alimentato dalle tensioni in Medio Oriente, si traduce in una perdita di fiducia da parte di famiglie e imprese, anticipando una possibile frenata dei consumi e degli investimenti nei prossimi mesi.
Il prezzo del petrolio resta elevato, attestandosi in media a 102 dollari al barile ad aprile, ben al di sopra dei livelli di fine 2025. Anche il gas, pur in lieve calo rispetto al picco di marzo, rimane su livelli doppi rispetto a dicembre. Il cambio euro-dollaro stabile non contribuisce ad attenuare questi rincari, lasciando l’Eurozona esposta all’impatto dell’energia importata.
La tensione geopolitica si riflette anche sui mercati finanziari. I tassi sovrani europei hanno invertito la rotta, risalendo dai minimi di fine febbraio ai massimi di fine marzo. In Italia il rendimento dei titoli sovrani ha superato il 4%, con dinamiche analoghe in Francia e Germania. Ad aprile si osserva solo una lieve stabilizzazione.
Questo aumento dei rendimenti si trasmette all’economia reale: il costo del credito per le imprese, già al 3,33% a febbraio, è destinato a crescere ulteriormente. La Banca centrale europea è infatti attesa intervenire con nuovi rialzi dei tassi per contrastare l’inflazione, che a marzo ha accelerato sia in Europa sia negli Stati Uniti. In Italia la crescita dei prezzi resta più contenuta, ma l’energia continua a rappresentare un fattore di pressione.
Il sistema produttivo mostra segnali contrastanti. La produzione industriale resta debole, con un incremento marginale a febbraio che non compensa il calo precedente. Nel primo trimestre dell’anno si registra una flessione complessiva. Il miglioramento del Pmi manifatturiero è in parte artificiale, sostenuto dall’accumulo precauzionale di scorte da parte delle imprese, preoccupate per nuovi rincari.
Anche il terziario, che aveva iniziato il 2026 con una buona dinamica grazie al turismo, evidenzia un’inversione. A marzo l’indicatore dei servizi scende in territorio recessivo, segnalando un calo della domanda e aspettative più deboli sugli ordini futuri.
In questo contesto, gli investimenti rappresentano l’unico elemento di tenuta. Nei primi mesi dell’anno continuano a beneficiare delle risorse del Pnrr, offrendo un sostegno temporaneo all’attività economica. Tuttavia, il quadro resta incerto: tra energia costosa, condizioni finanziarie più rigide e tensioni commerciali, inclusi nuovi dazi, l’economia italiana si trova ad affrontare una fase di crescente vulnerabilità.(riproduzione riservata)