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Allargamento dell'Unione e conflitto in Ucraina
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Allargamento dell'Unione e conflitto in Ucraina

di Gianni Pittella
27 giugno 2022, 13:26 Ultimo aggiornamento: 13:33

L’attenzione verso i paesi esterni all’Ue non deve pregiudicare la cruciale importanza di riformare l’Unione economica e monetaria, costituendo una capacità di bilancio permanente e l funzionamento dell’intera Ue

Il conflitto in Ucraina ha rivoluzionato le agende e le priorità dei capi di stato e di governo e dei vertici dell’Unione europea. L’invasione ingiustificata da parte della Russia pone urgentemente il problema delle garanzie alla sovranità degli altri paesi confinanti con la Russia oppure collocati in quell’area dell’Europa tra l’Unione europea e la Russia. Lo scorso 17 giugno, la Commissione europea ha valutato le candidature alla procedura di allargamento dell’UE di Ucraina, Moldavia e Georgia, raccomandando che a tali paesi sia garantito lo status di paese candidato – nel caso della Georgia al rispetto di determinate condizioni.

Le opzioni alternative

La decisione di procedere speditamente all’ammissione allo status di paese candidato deriva indubbiamente sia da considerazioni di carattere strategico, sia dalle pressioni da parte degli stati membri. In particolare, l’Italia si è spesa molto per attribuire tale status all’Ucraina, costruendo un consenso anche con gli altri stati membri. Emergono tuttavia in questa fase tutti i limiti della procedura di allargamento, che hanno portato alcuni paesi, in primis la Francia, a riflettere su possibili opzioni alternative. Il primo limite è costituito dai tempi tecnici della procedura di adesione prevista dall’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea. Tali tempistiche poco si adattano alla richiesta di celerità dettata dalla situazione attualmente in corso. Il secondo limite, assai più delicato, riguarda la credibilità del processo stesso di adesione. La scelta di accelerare l’adesione di Ucraina, Moldavia e Georgia rischia infatti di generare ulteriore frustrazione nei paesi dei Balcani occidentali che da anni attendono la piena appartenenza all’Unione europea, in particolare l’Albania, che si è distinta per generosità durante la pandemia da COVID-19, e la Macedonia del Nord, che ha addirittura cambiato nome al proprio paese per vincere il veto della Grecia all’appartenenza sia alla NATO che all’UE. Un allargamento veloce pone infine il problema del funzionamento dell’Unione europea medesima. Con diversi paesi in più e le procedure immutate, che spesso si basano sul raggiungimento dell’unanimità in Consiglio e in Consiglio europeo, si rischierebbe infatti la paralisi, già sperimentata in fin troppe occasioni dopo lo storico allargamento del 2004.

La proposta di Macron

Con questi problemi in mente, il presidente francese Macron da tempo propone, da un lato, un approfondimento dell’attuale Unione europea, rafforzandola via via verso un modello di tipo federale, dall’altro, una soluzione creativa ai dilemmi qui esposti dell’allargamento. La proposta del presidente francese, annunciata il giorno della conclusione della Conferenza sul Futuro dell’Europa, consiste nell’idea di una Comunità politica europea più ampia rispetto all’UE, consentendo agli Stati che aderiscono ai valori europei di trovare nuovi spazi di cooperazione, complementare e non alternativa al processo di adesione all’UE. Secondo quanto si legge nel non paper presentato in vista del Consiglio europeo di questi giorni, la Comunità politica sarebbe aperta agli Stati europei, membri o no dell’UE, che condividono un insieme comune di valori democratici, indipendentemente dalla natura delle loro attuali relazioni con l'Unione. Essa si sostanzierebbe in un forum di coordinamento e di decisione e di progetti di cooperazione, per rispondere alle sfide che tutti i paesi del continente europeo si trovano ad affrontare, soprattutto quelle che hanno un carattere di sicurezza e di politica estera, e assumerebbe una struttura leggera, ancora tutta da studiare, con una limitata capacità decisionale e di indirizzo politico.

La riforma dei Trattati

È difficile in questa fase esprimere valutazioni sul progetto, mancando ancora i dettagli, ma la proposta va valutata con favore, al rispetto di determinate condizioni. La prima è che si proceda quanto più speditamente possibile con il percorso di approfondimento dell’Unione, a partire dall’area euro. L’attenzione verso i paesi esterni all’Ue non deve pregiudicare la cruciale importanza di riformare l’Unione economica e monetaria, costituendo una capacità di bilancio permanente e riformando le regole di bilancio, e il funzionamento dell’intera Ue, riducendo le procedure per le quali è richiesta l’unanimità. A tal fine, se necessario, occorrerà un’ambiziosa riforma dei Trattati, come chiesto dal Parlamento europeo lo scorso maggio a seguito delle conclusioni della Conferenza sul Futuro dell’Europa ai sensi dell’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea. La seconda condizione è che, una volta compiute tali riforme, la Comunità politica non deve precludere in alcun modo il percorso di adesione dei paesi dei Balcani occidentali, scongiurando il rischio che, all’ennesimo rinvio della piena appartenenza, in tali paesi prendano il potere forze politiche ostili all’Unione e all’occidente. La terza è che tale progetto possa condurre a una pace con la Russia, nel rispetto della sovranità dei paesi interessati. Al momento non è semplice immaginare come questa possa essere raggiunta, ma si spera che gli sforzi diplomatici dei paesi europei, della Santa Sede, dei paesi terzi e delle organizzazioni internazionali possano portare presto a buoni frutti. Nel frattempo, è cruciale che i paesi europei sostengano il popolo ucraino con tutti i mezzi, materiali e morali, a propria disposizione, e mantengano un posizionamento politico quanto più coeso possibile. Il Partito democratico ha ben chiara questa consapevolezza e, come in passato, è pronto a dimostrare responsabilità anche in questa occasione. (riproduzione riservata)



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