L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia, ma un terreno di scontro economico e geopolitico. Gli Stati Uniti hanno lanciato da anni iniziative federali in materia di AI. Ma è soprattutto il settore privato a trainare: secondo stime indipendenti, nel 2024 negli Usa gli investimenti privati in IA hanno raggiunto circa 109 miliardi di dollari, più che in qualunque altro Paese. Sempre su base stimata, un progetto pubblico-privato come Stargate, guidato da OpenAI, SoftBank e Oracle, punta fino a 500 miliardi di dollari per infrastrutture AI (data center, reti e capacità di calcolo).
La Cina ha messo l’AI al centro dei suoi piani quinquennali. Secondo fonti ufficiali, nel gennaio 2025 ha istituito un fondo nazionale da 8,2 miliardi di dollari per progetti strategici nel settore. A ciò si aggiungono investimenti massicci a livello locale e statale, spesso difficili da quantificare, ma che secondo stime complessive superano ampiamente decine di miliardi ogni anno.
Anche l’Europa si sta muovendo: l’Unione Europea ha adottato l’AI Act, il primo quadro normativo al mondo per regolare l’uso dell’intelligenza artificiale, e ha destinato circa 1 miliardo di euro l’anno a progetti di ricerca e innovazione sull’AI attraverso Horizon Europe e Digital Europe.
In questo contesto, l’Italia ha appena approvato la sua prima legge organica sull’intelligenza artificiale. È un passo simbolicamente importante, che mostra la volontà politica di affrontare il tema. Ma la legge, da sola, non basta. Senza una vera strategia nazionale, chiara, concreta e finanziata, il rischio è che il nostro Paese resti ai margini, replicando principi già fissati da Bruxelles e rinunciando a giocare un ruolo da protagonista.
Primo: investimenti veri. Non bastano proclami. Serve un Fondo Nazionale per l’AI, alimentato da risorse pubbliche e private, per finanziare università, centri di ricerca, startup e imprese innovative. Senza capitali, l’Italia rischia di guardare il treno passare, mentre altri consolidano la leadership.
Secondo: governance unitaria. Troppi comitati e autorità producono immobilismo. Occorre una cabina di regia nazionale unica, snella e competente, in grado di coordinare le politiche, interloquire con Bruxelles e rappresentare l’Italia sulla scena globale.
Terzo: infrastrutture e sovranità tecnologica. L’AI vive di dati e potenza di calcolo. L’Italia deve dotarsi di data center di nuova generazione, sostenere il cloud europeo, puntare sul calcolo quantistico e ridurre la dipendenza dalle piattaforme extraeuropee. Esistono già asset strategici come il supercomputer Leonardo di Bologna, tra i più potenti al mondo: ma da solo non basta, occorre farne il nucleo di un ecosistema nazionale.
Quarto: specializzazione. Non possiamo competere in ogni campo. Dobbiamo puntare sui nostri punti di forza: manifattura avanzata, robotica, moda e design, sanità e scienze della vita. L’Italia non parte da zero: Torino può diventare la capitale dell’AI applicata all’automotive e alla robotica, Milano ha già sviluppato poli di eccellenza nel biotech e nella ricerca sanitaria. Qui possiamo essere leader europei e mondiali, attirando talenti e investimenti.
Quinto: capitale umano. L’AI non è nulla senza persone preparate. Scuola, università e formazione professionale devono integrare competenze digitali e Stem, ma anche etica e cultura dell’innovazione. Non basta formare programmatori: serve un’intera generazione di cittadini pronti a vivere e lavorare con l’AI.
La finestra per agire si sta chiudendo rapidamente. Gli altri Paesi corrono con investimenti miliardari, governance chiara e visione industriale. L’Italia ha già semi preziosi, ma deve decidere se coltivarli e trasformarli in un ecosistema, o accontentarsi di restare in coda, condannata a importare tecnologie sviluppate altrove. Non è solo una questione di economia: è una scelta di sovranità e di ruolo internazionale. Nell’era dell’AI, chi arriva tardi non arriva affatto. (riproduzione riservata)
*esperto europeo di politiche digitali