È solo l’inizio del 2018, ma molti a Bruxelles stanno già lavorando ai grandi cambiamenti previsti per il prossimo anno. La transizione più significativa della Ue nel 2019 avverrà a Francoforte, quando il presidente della Bce, Mario Draghi, lascerà il suo incarico. Molti attribuiscono a Draghi il merito di aver salvato quasi da solo l’economia europea nel luglio 2012, quando si impegnò pubblicamente a fare «tutto quanto necessario per preservare l’euro». Il suo intervento fece crollare i rendimenti obbligazionari dei Paesi dell’Europa meridionale, dimostrando così che le parole del presidente della Bce potevano influenzare i mercati finanziari molto più rapidamente e profondamente di quelli di qualsiasi dirigente Ue a Bruxelles.
L’influenza del capo della Bce spiega perché la corsa alla successione a Draghi sia già iniziata. Quando i ministri delle finanze dell’eurozona si riuniranno alla fine di questo mese, è probabile che partirà la ricerca dei candidati a subentrare al posto del vicepresidente della Bce, Vítor Constâncio, non rinnovabile. La Spagna è ansiosa di mettere le mani su quella carica. «La Spagna merita questa posizione», ha dichiarato lo scorso novembre il ministro delle Finanze Luis de Guindos. Nel 2012 Madrid aveva perso un posto nel board della banca, costituito da sei membri, quando terminò il mandato di José Manuel González-Páramo. Lo stesso de Guindos è candidato plausibile.
La successione a Draghi sarà comunque decisa al termine di un processo di negoziazioni. La Germania, molti ipotizzano, potrebbe sostenere un candidato spagnolo per la posizione di vice con l’intesa che Madrid sostenga in seguito il presidente della Bundesbank Jens Weidmann per il vertice della Bce. Weidmann, in una recente intervista al quotidiano spagnolo El Mundo, ha dichiarato che è «sbagliato» concentrarsi sulla nazionalità dei candidati piuttosto che sulle loro qualifiche.
I tedeschi hanno aspettato pazientemente per avere la prima poltrona della Bce fin dalla creazione della banca. Berlino negli ultimi anni ha assistito impotente, anche se non silenziosamente, alla spinta di Draghi in direzione opposta alle politiche tedesche di rigore e bassa inflazione, con l’acquisto di titoli di Stato e spingendo i tassi di interesse sotto zero. Ecco perché la Germania ha una forte pretesa di scegliere il prossimo presidente della Bce. Ma non è certo un accordo fatto. Mettere un tedesco in cima alla Bce, un’istituzione che ha già sede in Germania e costruita in gran parte sul modello Bundesbank, potrebbe essere visto come la concessione al Paese di una influenza extralarge. Si tratta di un punto particolarmente delicato, dato che la sua economia è cresciuta costantemente nell’ultimo decennio, mentre altri Stati dell’eurozona hanno sofferto per le politiche di austerità che la Germania stessa ha sostenuto. I leader europei potrebbero anche diffidare dal dare troppo potere a un banchiere centrale tedesco che ha protestato apertamente contro i principali strumenti di lotta alla crisi della Bce. Weidmann si è opposto con veemenza al programma mirato di acquisto di titoli di Stato da parte dell’Eurotower nel 2012 e ha inoltre espresso riserve in merito al programma di acquisto di titoli di Stato e obbligazioni più ampio e separato che la Bce ha adottato sin dall’inizio del 2015, che secondo gli economisti ha contribuito a elevare l’inflazione nel blocco valutario da sotto lo zero all’1,4% dello scorso dicembre, più vicino al poco meno del 2% stabilito. Inoltre, i tedeschi occupano già altre posizioni di primo piano. Klaus Regling è a capo del fondo di salvataggio della zona euro, l’Esm (European stability mechanism). Elke König è a capo dell’organismo europeo che risolve i casi di fallimento delle banche, il Single resolution board. Werner Hoyer gestisce la Bei, istituto che finanzia i progetti d’investimento sostenibili degli Stati membri della Ue. Ma se anche Weidmann ottenesse l’ok alla nomina, diversi analisti segnalano di non sopravvalutare le possibilità di un cambiamento di politica. «Non mi aspetto un cambiamento completo di rotta», ha dichiarato Marcel Fratzscher, responsabile del think tank tedesco DIW, «Lo vedrei come improbabile, indipendentemente da chi sia il presidente».
In ogni caso, chi si aggiudicherà il posto più in alto in grado, l’anno prossimo, prenderà le redini in un’istituzione più potente di quella che Draghi ereditò nel 2011. A partire dal 2014, la Bce non solo fissa la politica monetaria, ma ha anche assunto la funzione separata di supervisione diretta delle principali banche della zona euro.
