Quasi tutte le aziende italiane vogliono investire in intelligenza artificiale, ma solo una su quattro lo fa in modo strutturato. È quanto emerge da un report del Politecnico di Milano (Polimi), basato sulle risposte di un campione rappresentativo di organizzazioni.
Le società che non hanno intenzione di investire in AI sono ormai una netta minoranza: solo il 9% secondo il report del Polimi. Ma in che cosa investono le aziende? Il 73% indica come priorità l’accesso dei dipendenti a modelli di AI e strumenti generativi come i chatbot, spesso già inseriti negli ambienti di lavoro e quindi adottabili senza grossi cambiamenti (ma anche senza grande impatto).
Inoltre, il 67% dichiara di investire nello sviluppo interno con l’obiettivo di creare soluzioni su misura e/o su dati proprietari. Altri ambiti di investimento sono i tool verticali per automatizzare attività specifiche (38%) e le piattaforme low o no-code (29%), ovvero interfacce che permettono di creare applicazioni partendo da componenti preconfigurati.
L’obiettivo della maggior parte delle organizzazioni è potenziare l’efficienza operativa e l’automazione, indipendentemente dalla dimensione delle imprese: l’efficienza è citata tra gli scopi sia dall’83% delle grandi che dal 77% delle pmi.
In più, il report smonta il luogo comune secondo cui le piccole imprese siano le più indietro nell’adozione delle nuove tecnologie. Secondo i dati del Polimi, la fascia critica è piuttosto quella delle medie imprese: il 50% si dichiara ancora Starter, ovvero nella fase iniziale dell’adozione dell’AI, e solo il 9% raggiunge un livello di integrazione elevato (contro il 30% delle piccole). Il problema delle medie imprese, spiega la ricerca, è che sono «troppo grandi per essere agili ma non abbastanza strutturate per investire in modo sistematico». Nel complesso, quasi un’azienda su due dichiara di essere in una fase intermedia, di sperimentazione dell’AI, mentre il 25% è ancora all’inizio delle operazioni.
Tuttavia, quando si tratta di strutturare l’adozione delle nuove tecnologie meno di un’azienda su quattro (il 24%) ha una roadmap formalizzata con priorità, casi d’uso e criteri di misurazione. Le altre si fermano a un utilizzo sporadico o non regolamentato.
«Il confine strategico non è più tra chi usa l’AI e chi no, ma tra l’adozione estensiva, individuale, spesso superficiale e con strumenti generalisti e quella intensiva, ancora poco diffusa, che prevede l’integrazione nei processi core», sottolinea Stefano Mizio, responsabile dell’Osservatorio AI4Innovation del Politecnico. (riproduzione riservata)