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Adesso l’Isis si finanzia col bitcoin

di Brett Forrest e Justin Scheck
MF - Numero 039 pag. 3 del 23/02/2018

I sostenitori lo preferiscono perché è più facile restare anonimi

Quando un gruppo che afferma di fornire assistenza finanziaria alla Jihad ha cercato di migliorare le condizioni dei combattenti in una desolata trincea fortificata di sabbia in Siria, alla fine del 2017 si è rivolto a una nuova fonte di fondi: il bitcoin. «Al momento non esiste un riparo per proteggere cibo e munizioni dalla pioggia», recitava un post sull’app di messaggistica Telegram dell’organizzazione chiamata al Sadaqah (carità in arabo). Il rispettivo feed Twitter contiene un video che mostra un pavimento in terra battuta cosparso di coperte, sacchi di pane pita e bombe a mano, con un messaggio: Dona in via anonima con le criptovalute, seguito da un indirizzo bitcoin. Finora, stando a un libro mastro online, il gruppo ha ricevuto circa 1.000 dollari. Solo di recente la richiesta di moneta digitale da parte di gruppi jihadisti è divenuta oggetto di indagine da parte delle autorità statunitensi. A gennaio il rappresentante repubblicano al Congresso Ted Budd ha presentato una proposta di legge per istituire una task force di tecnologia finanziaria per combattere l’utilizzo delle criptovalute da parte dei terroristi. Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha dichiarato presso la Commissione Banche del Senato che anche lui vuole vederci più chiaro. Intanto le criptovalute sono diventate un tema sempre più discusso tra i gruppi jihadisti in Medio Oriente. Questo mese un numero di al-Haqiqa, rivista online pro-al Qaeda, includeva una sezione Tech Talk dedicata alle nozioni di base del bitcoin. Al Sadaqah ha realizzato ciò che altri gruppi violenti hanno compreso: raccogliere fondi in criptovaluta consente di eludere le norme adottate dal sistema bancario globale per bloccare il finanziamento del terrorismo e il riciclaggio di denaro sporco. «È veloce, efficiente, e non bisogna passare per le stesse rotte di interesse tracciabili dei normali metodi di pagamento», ha scritto Hassan Abdo, un portavoce di al Sadaqah, in un messaggio al Wall Street Journal. «In questo modo, noi e i nostri donatori possiamo mantenere il pieno anonimato». Yaya Fanusie, ex analista della Cia e direttrice del think tank specializzato in antiterrorismo di Washington, Foundation for Defense of Democracies, ha seguito i conti bitcoin di Sadaqah per mesi e ha spiegato che è difficile verificare l’identità di tali gruppi online perché si nascondono dietro falsi profili e utilizzano la tecnologia per proteggere la propria identità. «Qui non stanno tentando di raccogliere noccioline in donazioni», ha detto Michael Smith, fellow del think tank New America, che studia l’uso della tecnologia da parte dei terroristi. «Vogliono costruire una rete di sostenitori».

Per Fanusie e Smith, al Sadaqah e la richiesta di criptovalute sembrano autentici. Il portavoce del gruppo afferma che i suoi membri si trovano nel nord della Siria, e il sito web include un disclaimer in cui è specificato che non supportano lo Stato islamico o i suoi affiliati. In passato, ci sono stati casi di collegamenti tra le criptovalute e il finanziamento dello Stato islamico. Nel 2015 un adolescente della Virginia, Ali Shukri Amin, è stato accusato di cospirazione per avere fornito supporto materiale a un’organizzazione terroristica straniera spiegando su Twitter come inviare bitcoin. Un giudice federale l’ha condannato a 11 anni di carcere. Il governo degli Stati Uniti sostiene che Zoobia Shahnaz, un tecnico di laboratorio di New York, lo scorso anno abbia frodato le istituzioni finanziarie di oltre 85.000 dollari, che ha convertito in criptovalute e trasferito a società di comodo e individui legati allo Stato Islamico in Cina, Pakistan e Turchia. Shahnaz, 27 anni, si trova ad affrontare accuse di frode, terrorismo e riciclaggio di denaro. Abdo ha detto che il suo gruppo deve ancora incontrare i sostenitori in Siria che si occupano di criptovalute. «Ma abbiamo ricevuto donazioni da ogni angolo della Terra», ha scritto. Il bitcoin sfrutta un registro digitale mantenuta e protetto da una blockchain, un’ampia rete di computer protetti. Possono essere scambiate senza fare affidamento su banche e intermediari, previsti a norma di legge per garantire l’assenza di vincoli con attività criminali. «La definirei una rivoluzione per il riciclaggio di denaro”, ha sintetizzato Arkady Bukh, un avvocato difensore di New York che ha rappresentato hacker e sospetti terroristi. Se la blockchain è osservabile, è spesso poco chiaro chi siano i detentori della valuta. Altre cybermonete più innovative possono evitare del tutto il tracking. Per Fanusie, i governi sono indietro sulla disciplina sulle valute virtuali. Marwan Khayat del Middle East Media Research Institute, un ente di Washington che segue l’attività online dei jihadisti, ha scoperto la raccolta fondi di al Sadaqah a novembre. I bitcoin erano da destinare a miglioramenti, tra cui nuovi servizi igienici per «impedire ai fratelli di dover lasciare il posto di guardia e dirigersi verso i cespugli per liberarsi, il che a volte può essere molto difficile». Scambiando la criptovaluta, gli utenti possono convertirla in moneta convenzionale trasmettendola a una carta di debito collegata, una carta di credito o un conto bancario, rendendola disponibile al prelievo in contanti presso un bancomat. A dicembre, al Sadaqah ha pubblicato un video su Telegram che mostra un nuovo tetto e mura di fortificazione. «Il posto in cui i fratelli mangiano e dormono è in condizioni molto migliori di prima», dice un uomo in passamontagna durante un video tour della struttura. Da allora, Al Sadaqah ha ampliato il suo appeal, pubblicando un messaggio che includeva un link a una mappa di bancomat bitcoin e richiedendo fondi in altre criptovalute che offrono più privacy rispetto alla più famosa moneta virtuale. «Speriamo che sia solo l’inizio», ha scritto Abdo.


traduzione di Giorgia Crespi


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

MF+MIFI + The Wall Street Journal


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