In settimana Donald Trump sarà raggiunto a Pechino dai top manager di oltre una ventina di società americane che sono sul punto di annunciare una serie di accordi commerciali per qualche miliardo di dollari. Ma è improbabile che gli accordi sottoscritti da un ristretto numero di aziende su soia, aerei e gas naturale scalfiscano il deficit commerciale degli Usa con la Cina, che The Donald ha promesso di prosciugare: una voragine di 347 miliardi di dollari nel 2016, e sulla buona strada per ampliarsi ancora nel 2017.
Invece, il primo viaggio di Trump nel Paese da lui stesso bollato come nemico economico potrebbe più suscitare più domande che dare risposte sui piani per affrontare un problema al centro della campagna elettorale. Il tycoon ha tentato di spuntare altre voci in agenda: l’avvio della riduzione delle imposte, la riscrittura di Obamacare, la deregulation e i limiti all’immigrazione. E sta rivedendo i trattati commerciali con altri Paesi - Messico, Canada, Corea del Sud - i cui surplus commerciali con gli Usa sono molto minori rispetto al Dragone.
Quanto agli scambi con la Cina, finora si è solo parlato, ma si sono visti pochi fatti o chiarezza sulla strategia. Per esempio non c’è stato seguito alle minacce lanciate con le accuse di manipolazione di valuta. L’approccio iniziale di Trump è molto simile a quello di George W. Bush e di Barack Obama. Durante la visita di aprile a Xi Jinping, i due leader hanno inaugurato un «dialogo economico globale» molto simile ai comitati ministeriali bilaterali riunitisi regolarmente nell’ultimo decennio. L’obiettivo? Chiarire le tensioni commerciali mediante il dialogo ed emettere regolarmente annunci congiunti di misure a favore dell’apertura del mercato cinese, mantenendo lo slancio verso la liberalizzazione.
La mezza dozzina di promesse della Cina svelate dalla Casa Bianca a maggio ha carattere progressivo: sono versioni riciclate di precedenti intese infrante. Intanto il dialogo di luglio si è chiuso senza che ne siano stati programmati altri e senza nuovi accordi. Intanto Xi stringe la presa di Pechino sull’economia. La squadra di Trump non sembra mirare ad annunci congiunti sull’apertura del mercato. Un alto funzionario della Casa Bianca riduce i dialoghi a una versione cinese del rope-a-dope in cui l’Amministrazione non cascherà. L’allusione alla tattica di Muhammad Ali - basata sullo sfiancamento dell’avversario a forza di colpi inefficaci, per sferrare il colpo di grazia e mandarlo al tappeto - si traduce in un valzer di forum su modifiche superficiali che sviano la pressione per una riforme sistemica della politica commerciale cinese. Il riferimento al pugilato evidenzia l’impegno dell’amministrazione a un maggiore rispetto dei patti. Tuttavia, in settimana il presidente non occuperà le prime pagine dei giornali su questo fronte. Propagandando una relazione amichevole con Xi, è improbabile che la metta a rischio con minacce a metà vertice. Piuttosto, alcune sanzioni potrebbero essere introdotte al suo ritorno. Sono in fase di valutazione dazi doganali e contingenti tariffari su acciaio, alluminio, pannelli solari e lavatrici, con scadenze all’inizio del 2018. Il rappresentante commerciale sta montando un caso sulle pressioni della Cina sulle aziende Usa perché queste consegnino le proprietà intellettuali come prezzo per fare affari nella seconda economia del mondo.
L’Amministrazione lavora con il Congresso a una legge che renda più difficile per le imprese cinesi l’acquisto di aziende hi-tech americane. Resta da capire quando, e se, Trump andrà in fondo su uno di questi temi. Divisioni interne ne hanno bloccato l’azione. La promessa infranta di frenare le importazioni di acciaio e alluminio entro l’estate ha fatto inferocire i democratici «Il presidente non si è dimostrato altro che una tigre di carta», ha dichiarato il leader della minoranza al Senato Charles Schumer a fine ottobre, annunciando l’intenzione di bloccare le nomine al Commercio finché non saranno introdotti limiti all’ import. Il fatto è che gli scambi con la Cina sono passati in secondo piano rispetto ad altre priorità. Trump non vuole mettere a rischio la cooperazione con Xi nella lotta al programma nucleare nordcoreano. Imbeccato sull’introduzione di restrizioni commerciali, ai microfoni di Fox News ha risposto: «Bisogna capire una cosa importante: c’è un problema chiamato Corea del Nord». La Casa Bianca non vuole guerre commerciali, che metterebbero in pericolo la riforma fiscale.
La Cina non è il primo focus degli esperti di Trump sul commercio, a corto di personale e molto impegnati a rinegoziare il Nafta e l’accordo di libero scambio con la Corea. Con un solo incaricato, Robert Lighthizer, l’amministrazione non può fare di più. Le trattative a questi due tavoli hanno creato tensioni con alleati che avrebbero potuto unirsi agli Usa nel contrastare Pechino. Il Trans-Pacific Partnership tra 12 Paesi, che Trump ha fatto a pezzi, era volto ad accerchiare il Dragone con un blocco regionale basato su norme americane. Il presidente non mostra ripensamenti. Ma per i suoi collaboratori il viaggio in Asia deve evidenziare l’impegno a un’alleanza economica regionale guidata dagli Usa. «Se gli Stati Uniti non lavorano con più efficacia con gli alleati», spiega l’esperto Scott Kennedy, «qualsiasi azione unilaterale isolerà loro, non la Cina».
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