In ambito emerging markets, sembra che i bond siano da preferire rispetto all’asset class azionaria.
Sul lungo termine, le azioni dei Paesi emergenti continuano a rimanere indietro rispetto al contesto sviluppato, mentre in ambito obbligazionario il vantaggio è evidente, anche includendo l’annus horribilis, ovvero il 2022. In ottica intermarket, peraltro, un dollaro debole può può ulteriormente favorire le emissioni dei Paesi emergenti, anche in valuta locale sebbene esprimano livelli di volatilità molto più elevati rispetto ai bond denominati di valuta forte, tipicamente il dollaro.

D’l'extra-rendimento pagato rispetto ad altre forme di investimento obbligazionario più stabili deve essere associato a rischi più elevati. Guardando l’indice Jpm Embi in dollari, rappresentativo di un paniere diversificato di emissioni emergenti in valuta forte, il benchmark ha restituito negli ultimi 10 anni mediamente il 4,3% annuo, rispetto ad un risicato 1,1% annuo del benchmark Bloomberg Barclays Global Aggregate, che racchiude le emissioni globali di livello investment grade sia governative che corporate. Il momentum è particolarmente elevato dalla fine del 2023 ad oggi, con un allungo dei bond emergenti prossimo al 10% medio annuo, rispetto al +3,2% annuo espresso dai bond globali.
La pazienza resta l'elemento premiante per chi si affida ai bond emergenti, considerando che i saltuari sell-off permettono di prendere posizione su rendimenti a scadenza molto allettanti. Guardando alla statistica e alle dinamiche di prezzi, si ha l’impressione che più che un’asset class obbligazionaria si stia guardando ad una proxy dei mercati azionari globali: infatti, la correlazione settimanale, dal 2020 ad oggi, dell’indice Jpm Embi in Usd rispetto al Msci World (rappresentativo delle azioni di tutto il pianeta) è molto elevata, pari a 0,69 e 0,60, affiancata da un beta prossimo a 0,35. La direzione rispetto al sentiment azionario è comune, la sensitività in termini di magnitudo del movimento giustamente inferiore.
L'approccio all'investimento in bond emergenti può essere focalizzato su singole emissioni, per coloro che sono in grado di valutare il rischio di credito e il cambio di singoli Paesi, oppure diversificato; in quest’ultimo caso, preferibile per mantenere la volatilità sotto controllo, gli indici sottostanti agli Etf sono molto diversi tra loro, da cui performance disallineate. Stando sulle emissioni in dollari, ad esempio l’Etf iShares Usd EM Gov. Bond esprime un rendimento a scadenza del portafoglio vicino al 6% annuo lordo, con duration di poco inferiore a 7 anni, mentre il prodotto Spdr Bloomberg Barclays EM Local Bond, che punta ai bond emergenti ma in valuta locale (dove la performance deriva per buona parte dalla dinamica dei cambi dei Paesi emergenti) rende a sua volta il 5,9% annuo, con duration di 6,3 anni. Ma per avere ancora più rendimento alcuni provider si appoggiano a emissioni societarie emergenti ad alta potenzialità, come ad esempio il prodotto VanEck Vectors EM High Yield, che esprime oggi un rendimento del portafoglio (yield to worst) del 6,85%, con esposizione al dollaro Usa e non alle valute locali dei Paesi in via di sviluppo.
Chi, invece, volesse tenere maggiormente sotto controllo il rischio di tasso, di solito impegnativo per le scelte emergenti, potrebbe optare per soluzioni con duration inferiore, senza rinunciare troppo allo yield teorico: ad esempio, l’Etf L&G Emerging Markets Government Bond (USD) 0-5 Year Screened esprime una mod. duration limitata a 2,6 anni, con un rendimento a scadenza del portafoglio del 5,5% annuo. Esistono, infine, anche Etf con rischio di cambio (solo dollaro) coperto, ma il costo di tale hedging è è molto elevato e variabile nel tempo (oggi circa 1,6% annuo). (riproduzione riservata)