L’industria giapponese dei videogame può essere descritta con la dinamica del gioco arcade Puzzle Bobble: il protagonista spara alcune bolle da un cannone e quando si forma un tris dello stesso colore, esplodono. Ecco, per le industrie nipponiche il trio è formato dall’arrivo prepotente dell’intelligenza artificiale che ha fatto schizzare alle stelle i costi dei chip, dalla domanda crescente di data center e dai dazi del presidente Usa Donald Trump.
«Per molte aziende del settore videoludico quest’anno è stato un vero e proprio bagno di sangue», commenta con Milano Finanza Serkan Toto, ceo di Kantan Games, un’azienda specializzata nell’analisi dell’industria giapponese dei giochi. E adesso le speranze degli imprenditori sono tutte rivolte verso l’America e Gta VI. Ma andiamo con ordine.
Quando Toto parla di «bagno di sangue» non utilizza un’iperbole. Negli ultimi sei mesi, tutte le principali industrie giapponesi registrano cali a doppia cifra sulla borsa di Tokyo. Si tratta delle cosiddette «Big 8»: Nintendo, Sony, Square Enix, Konami, Bandai Namco, Capcom, Koei Tecmo e Sega Sammy. «In linea generale, il settore dei videogiochi ha inizialmente beneficiato del fatto che l'indice Nikkei aveva raggiunto nuovi massimi, una tendenza in atto ormai da tempo», ha detto Toto. Ma poi i titoli hanno iniziato a scendere e, nell’ultimo semestre, il calo medio è stato del 20,5%.
Le ripercussioni peggiori le hanno avute, per adesso, le due aziende simbolo del settore: Nintendo e Sony. La casa sviluppatrice di Super Mario, Donkey Kong e Zelda, nonostante le molteplici iniziative commerciali dell’ultimo anno – tra cui il nuovo film sull’idraulico italiano -, registra un -39% negli ultimi sei mesi. Anche Sony, la produttrice della PlayStation, ha perso il 20,9%. «Le vendite di PS5 avevano toccato l'apice e il lancio della console Switch 2 da parte di Nintendo era partito alla grande», commenta Toto. «Tuttavia, produttori di hardware hanno dovuto affrontare l'aumento dei costi dei componenti, con conseguente rincaro dei prezzi finali. Questo creerà difficoltà nella vendita delle console a consumatori che, in questo momento, sono molto attenti alla spesa».
Negli ultimi mesi Sony, a causa delle continue pressioni sul panorama economico globale, ha alzato i prezzi delle sue console di 100 dollari/euro sul mercato occidentale (arrivando a costare 650 euro) e di 18 mila yen (circa 98 euro) su quello nipponico. Mentre Nintendo ha annunciato che a settembre la Switch 2 passerà da 450 a 500 dollari negli Stati Uniti. «Queste aziende risentono inoltre ancora dell'impatto dei dazi doganali e stanno adeguando di conseguenza i propri processi produttivi», dice Toto. E questo non è un fenomeno solo nipponico. Giovedì scorso Microsoft ha annunciato un rincaro del prezzo dell’Xbox e il titolo ha perso il 3,5%.
Meno console, significa meno vendite di software, ovvero di videogiochi. Ed è per questo motivo che anche le altre aziende nipponiche del gaming sono in calo nell’ultimo semestre: Konami ha perso il 19,9%, Bandai Namco il 12,5%, Capcom il 19,8%, Square Enix il 19,3%, Sega Sammy Holdings il 12% e, infine, Koei Tecmo il 20,9%.
«Non credo affatto che il problema delle case di videogiochi sia la mancanza di innovazione, l'eccesso di remake o il riutilizzo costante degli stessi franchise», dice Toto. «Ritengo semplicemente che il settore si trovasse in una bolla speculativa scoppiata negli ultimi mesi, un fenomeno che nel mondo dei videogiochi si verifica ciclicamente».
Nei prossimi mesi si attendono titoli come Castlevania, il nuovo Street Fighter – accompagnato dall’uscita dell’omonimo film -, Tomb Raider, The Legend of Zelda e il nuovo lungometraggio di Sonic. Insomma, il settore, per quanto sia in rosso in borsa, resta dinamico: «Non vedo nubi nere all'orizzonte per il settore videoludico giapponese», sottolinea l’esperto. Non a caso, Goldman Sachs a inizio mese consigliava il «Buy» per Sony, Nintendo e Capcom in vista della pubblicazione di importanti giochi nei prossimi mesi.
Come detto prima, senza console è difficile incrementare la vendita di software. E se Nintendo, da sempre un universo chiuso su se stesso, punta sull’uscita dei suoi titoli di punta come Zelda, Sony deve rivolgere lo sguardo a New York. Più precisamente alla sede della Rockstar gaming (del gruppo Take-Two Interactive), l’azienda sviluppatrice di Gta VI in uscita il 19 novembre. «Sarà il titolo di punta, capace di trainare enormemente le vendite di PS5 dato che non sarà disponibile su PC e che ormai nessuno acquista più le console Xbox di Microsoft». Non usa mezzi termini Toto.
Ma come può un gioco risollevare un intero settore? Semplicemente perché l’attesa che si è sviluppata intorno al nuovo capitolo del franchise di Grand Theft Auto non ha eguali nella storia del gaming. L’ultimo gioco della serie era uscito nel 2013 ed è ancora tra i titoli più apprezzati dalla community e più streammati sulle piattaforme di gaming.
Joost van Dreunen di Aldora prevede numeri imponenti: «GTA VI replicherà almeno il successo del suo predecessore, raggiungendo il 30% dell’utenza console, per un totale di circa 38 milioni di copie e oltre 3 miliardi di dollari nei primi 12 mesi». Gareth Sutcliffe di Enders Analysis ipotizza invece uno scenario ancora più ambizioso, con vendite superiori ai 50 milioni nel primo anno, numeri che definisce «senza precedenti». Considerando che la versione base viene venduta a 80 dollari, il ricavo complessivo potrebbe aggirarsi intorno ai 4 miliardi di dollari, solamente nel primo anno. Numeri positivi,soprattutto se si considera che sviluppare il prodotto è costato, secondo le ultime stime, tra l’uno e i due miliardi di dollari. (riproduzione riservata)