La Russia fa paura. Non solo alla Svezia e alla Polonia ma a tutta l’Alleanza Atlantica. Ed è soprattutto per questo che durante il vertice Nato svoltosi all’Aja del 24-25 giugno, si è deciso di aumentare le spese della difesa al 5% del pil.
«Abbiamo individuato nella Russia e nel terrorismo le principali minacce all’Alleanza», ha detto senza girarci intorno il ministro della Difesa, Guido Crosetto, parlando alla Commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato.
«Per il 2025 Mosca sarà in grado di dotarsi di oltre 1500 carri armati, 3 mila veicoli corazzati, 400 missili iskander, migliaia di missili di vario tipo, decine di migliaia di bombe aree e oltre 1 milione di droni da attacco. Arriveranno a 1,6 milioni i militari effettivi di Mosca e a 5 milioni le riserve. È di ieri (mercoledì 2 luglio, ndr) la notizia, non ancora confermata, di 25-30 mila soldati coreani che saranno inviati sul fronte ucraino», ha proseguito Crosetto.
Si tratta di numeri monstre che, al momento, assorbono «il 43% della spesa russa», ha detto il ministro, aggiungendo che «al momento gran parte di questi armamenti non vengono inviati immediatamente al mondo ma sono destinate a riserve strategiche».
«Non esistono al momento segnali che facciano pensare a una riconversione dell’industria militare russa a fini civile, neanche in caso di cessate il fuoco. La produzione di armamenti è divenuta parte strutturale dell’economia nazionale. Nonostante l’elevato numero di perdite umane, stimato in 200 mila soldati nei soli primi sei mesi del 2025 e oltre 1 milione in totale dall’inizio del conflitto, la Russia è riuscita a mobilitarne altri 300 mila negli ultimi senza alcuna erosione del consenso interno. E questo dato ci restituisce la dimensione della minaccia potenziale a cui dobbiamo fare fronte», ha detto il ministro della Difesa.
Intanto, «per mantenere la pressione su Mosca», ha aggiunto il ministro Tajani, «non possiamo escludere il ricorso a nuove sanzioni. Solo così potremo accrescere i costi imposti alla Russia per la prosecuzione di questa guerra. I massicci e indiscriminati attacchi di Mosca, ripetuti anche negli ultimi giorni, dimostrano l’urgenza di un cessate il fuoco».
Non sono numeri semplici da digerire. Anzi. Sostengono la tesi di nazioni alleate dell’Italia (tra cui Germania, Polonia e Paesi Baltici) entro cinque anni al massimo «la Russia potrebbe acquisire capacità militare tale da minacciare il territorio dell’Alleanza». Stessi numeri su cui si è discusso durante il vertice Nato dell’Aja e che hanno portato gli alleati a firmare il trattato congiunto che prevede, appunto, anche l’aumento delle spese della difesa.
Incremento che, secondo l’esecutivo, è assolutamente sostenibile. Investendo, nei prossimi dieci anni, il 3,5% del pil in difesa e l’1,5% in sicurezza. Ma «bisogna farlo in modo intelligente», ha osservato Crosetto parlando alle Commissioni. Perché in Italia «le spese per la difesa non sono legata ai missili. Per più di un terzo», ha rivelato il ministro, «si tratta di stipendi e pensioni, poi ci sono i consumi intermedi. Solo il 23% sono investimenti (in difesa, ndr) dove dentro però ci sono anche gli stipendi di Leonardo, di Fincantieri con un indotto di 300 mila persone».
Quindi, a scanso di equivoci, non si tratta di «armi con cui andiamo a bombardare», ha detto Crosetto, precisando che a suo avviso «quel 3,5% dovrebbe essere speso principalmente in ricerca e allo sviluppo sull’intelligenza artificiale, sul cyber, che di per sé sono già una tecnologia duale». (riproduzione riservata)