«Le armi che Donald Trump esibisce fondamentalmente due: una di cui si parla tantissimo, e cioè i dazi, l’altra di cui si parla molto poco ma secondo assai più sottile e insidiosa, è quella dell’utilizzo delle criptovalute, delle stablecoin, per riaffermare il signoraggio del dollaro al livello mondiale. Due strumenti che servono agli Stati Uniti per entrare in competizione con l’altra grande potenza, la Cina».
Non ci gira intorno il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, che prende parola dal palco della Luiss di viale Pola in occasione del dibattito sul libro Demagonia di Mario Monti, Senatore a vita della Repubblica, già Presidente del Consiglio dei Ministri.
«Davanti a tutto questo, in Europa, noi ministri dell’Economia da tre anni parliamo in modo accademico dell’euro digitale e cioè senza la capacità di metterlo a terra perché le aspettative di interessi dei vari Paesi sono assai diversi. Subito dopo le elezioni di Donald Trump lo dissi subito: è tempo di smettere di tentennare o saremo fuori tempo massimo e verremo tagliati fuori. Tutti parlano di dazi ma vi direi di concentrarvi su questo ultimo punto perché è in gioco la supremazia mondiale», ha aggiunto il ministro.
Non sono mancate altre osservazioni, sull’Europa e sull’Italia, di Giorgetti nel corso del convegno. Il primo tema toccato è stato quello dei conti pubblici. Il ministro, riferendosi tra le altre cose al piano di ReArm Europe, ha detto che «prima ancora di cominciare a ragionare su quello che si dovrebbe fare, si deve iniziare a ragionare sul debito che si ha sulle spalle e che si deve gestire».
«È un tema da cui si deve partire: uso il debito e la necessità di rifinanziarlo praticamente ogni due settimane perché rappresenta un vincolo, quello principale, e arriva anche prima delle regole definite in sede europea», ha detto il titolare del Mef, aggiungendo che «le varie regole del patto di stabilità trovano sempre una deroga o una flessibilità».
«C’è un oblio del pensiero lungo, del pensare sul lungo periodo e di ragionare con il respiro corto, cortissimo. È un inseguimento del consenso, se parliamo di politica. Ma è anche qualcosa che va oltre, che contraddistingue la nostra società. Un comportamento non dico degli imprenditori ma piuttosto delle società che vivono borsa e delle banche: tutte proiettate a realizzare i risultati nel breve periodo e non hanno l’orizzonte di costruire una realtà solida che possa durare nel futuro».
«Questa tensione della semestrale e della trimestrale», ha puntualizzato Giorgetti, «è un’affannosa costruzione che non so quanta giustizia renda all’economia reale» e «fa pagare un prezzo pesantissimo quando si assiste allo scoppio delle bolle».
In questo quadro complesso, secondo Giorgetti, le democrazie liberarli sono palesemente in crisi in tutto il mondo. «Fino a qualche anno fa si pensava che le democrazie potessero essere esportate; ma le democrazie liberali tendono ad andare in crisi quando il livello di partecipazione cala. E questo è un tema molto serio. La maturità politica delle persone oggi appare inferiore di quella nel dopoguerra, quando le persone partecipavano alla vita politica».
«Poco prima che morisse ebbi il privilegio di parlare con Kissinger, condividemmo il principio sul fatto che un luogo, un’istituzione, che non è capace di decidere non è un luogo politico. La domanda è una: l'Europa è un luogo dove si è in grado di decidere cose importanti e rapidamente? Oggi come oggi nel contesto globale vediamo la capacità, le scorciatoie, che Paesi come la Cina e gli Stati Uniti hanno nei confronti del rapporto con l’Europa, dove siamo in 27, una parte nell’euro e una parte no». (riproduzione riservata)