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Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea
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Von der Leyen nella trappola di Trump: promesse miliardarie fuori dai poteri Ue

di Guido Salerno Aletta
01 agosto 2025, 18:14 Ultimo aggiornamento: 20:25

Bruxelles smentisce l’intesa, ma Washington la considera già operativa: nell’ordine esecutivo di Trump l’Ue è inserita tra i partner «con accordi ragionevoli»

L’Unione europea è stata incastrata: nell’incontro con il presidente americano Donald Trump, svoltosi a Durnberry, in Scozia, lo scorso 27 luglio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è lasciata andare a promesse inusitate, che ora devono essere onorate se si vogliono mantenere fermi al 15% i dazi generalizzati sulle esportazioni verso gli Usa.

Gli ammiccamenti, i sorrisi forzati e la stretta di mano finale fintamente pacificatrice al termine dei colloqui, hanno concluso una partita cominciata male e finita peggio: acquistare Gnl per 750 miliardi di dollari nei prossimi tre anni, armamenti per circa 150 miliardi di dollari e investire 600 miliardi di dollari negli Usa, in cambio dei dazi generalizzati al 15%, sono impegni che esulano dalle competenze esclusive della Commissione, che si limitano alla stipula di Accordi commerciali. La presidente della Commissione poteva legittimamente e autonomamente discutere e decidere solo dei dazi e delle misure connesse.

Serve un nuovo Trattato

Ora, per dare efficacia agli impegni assunti da Von der Leyen servirebbe un vero e proprio Trattato, valido solo dopo essere stato sottoposto all’approvazione dei parlamenti di tutti gli Stati dell’Unione: la frittata era fatta, e a poco serviva la smentita di palazzo Barlaymont, due giorni dopo l’incontro, secondo cui «l’accordo non è giuridicamente vincolante» e che «non si escludono nuovi negoziati», mentre non coincidevano le versioni dei colloqui e delle conclusioni dell’incontro riportate nei comunicati ufficiali di Bruxelles e di Washington.

Con l’Ue, Trump è già passato all’incasso, dando per scontata la formalizzazione delle promesse fatte dalla presidente della Commissione: nell’ordine esecutivo emanato nella tarda serata del 31 luglio si prevedono condizioni particolari nei confronti dei Paesi che abbiano già raggiunto o che siano sul punto di concludere «accordi ragionevoli in materia di commerci e di sicurezza, segnalando le loro sincere intenzioni di porre rimedio in modo permanente alle barriere commerciali che hanno contribuito all'emergenza nazionale dichiarata nell'ordine esecutivo 14257 e di allinearsi con gli Stati Uniti in materia di economia e sicurezza nazionale».

Tra questi Paesi viene inclusa l’Ue, nei cui confronti la tariffa generale per l’importazione di merci negli Usa viene elevata al 15% mentre restano ferme quelle di livello più alte già previste in forma specifica, ma questa misura tariffaria è condizionata: «Le merci di tali partner commerciali rimarranno soggette ai dazi aggiuntivi ad valorem previsti nell'allegato I del presente ordine fino alla conclusione di tali accordi e fino all'emissione di ordini successivi che riporteranno i termini di tali accordi». Mentre nei confronti della Cina viene prorogato il termine delle negoziazioni, quelle con l’Ue sono dichiarate concluse: è una evidente forzatura, volta a mettere alle strette Bruxelles al fine di mantenere gli impegni assunti e fare esplodere cosí le divergenze con i diversi Paesi.

Riequilibrio delle relazioni commerciali

La verità è che Trump ha impostato le trattative per il riequilibrio delle relazioni commerciali con l’estero mettendo sul tavolo meno della metà delle carte del mazzo di cui si compone la bilancia dei pagamenti correnti con l’estero, scegliendo solo quelle che gli facevano comodo: ha citato sempre e solo il disavanzo che viene registrato dall’US Census, l’organismo ufficiale che, come fa l’Istat per l’Italia, tiene il conto solo delle transazioni relative all’import e all’export di merci. Per quanto riguarda invece il comparto dei servizi e i flussi finanziari concernenti i redditi primari, come i dividendi, gli interessi e le rendite, che rientrano nella bilancia dei pagamenti correnti al pari delle merci, settori in cui lo strapotere statunitense è conclamato, neppure una parola.

In giro, infatti, ci sono state solo mezze verità: per il 2024, nei rapporti tra Eurozona e Stati Uniti, la Bce ha cifrato un avanzo per Merci a nostro favore di 213 miliardi di euro, a fronte di un deficit per Servizi di 156 miliardi e di un deficit per Redditi primari per 52 miliardi. Fatti gli arrotondamenti, il saldo della Bilancia dei Pagamenti correnti a favore dell’Eurozona era stato di appena 3 miliardi di euro, mentre nel 2023 era stato addirittura negativo per 30 miliardi.

Una grossa spesa

Se per l’Europa è già un azzardo pericolosissimo accettare la prospettiva di azzerare l’avanzo per le merci con gli Usa mantenendo fermo il disavanzo nei servizi e nelle altre componenti della bilancia dei pagamenti correnti, la prospettiva di impegnarsi a trasferire risorse per complessivi 1.500 miliardi di dollari significa accollarsi una parte rilevantissima del risanamento delle finanze federali Usa che sono in condizioni decisamente disastrose, e cadere in una recessione permanente.

Mentre gli Usa non vogliono più fare da compratore di merci di ultima istanza, pretendono che l’Europa diventi il primo finanziatore del loro debito federale: a maggio scorso, comprendendo le detenzioni della Gran Bretagna per 809 miliardi di dollari, era arrivata a oltre 2.250 miliardi, cui andrebbero aggiunti anche i 304 miliardi della Svizzera e i 187 miliardi della Norvegia. È il Vecchio Continente che con i suoi soldi sta tenendo in piedi l’America, ma Trump ne vuole ancora molti di più. (riproduzione riservata)



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