Apparirebbe senza dubbio inconcepibile, se non conoscessimo i mutamenti avvenuti negli ultimi anni nella società e nella politica americane, il fatto che il Paese della prima legislazione anti-monopolistica, lo Sherman Act del 1893, e delle prime legislazioni anti-insider trading, non abbia pensato negli anni più recenti a disciplinare il conflitto di interesse che possa riguardare, in particolare, gli investimenti in borsa e in generale le operazioni finanziarie, compiuti da componenti dell’amministrazione e dal Capo dello Stato.
Gli oltre 2,2 miliardi di dollari che avrebbe percepito, per lo scorso anno, Donald Trump con la sua famiglia allargata per operazioni finanziarie e, in special modo, per investimenti in criptovalute, portano subito alla luce la posizione di vantaggio economico che ha la carica ricoperta. Ed è debole la risposta data dal tycoon a chi gli contesta potenziali conflitti d’interesse, sostenendo che egli ha guadagnato come tutti gli altri che hanno investito: come se tutti gli altri fossero l’intera America e non una ultra ristretta schiera di persone ricche ed esperte. E come si può dimenticare quel che Trump ha fatto perché si sviluppasse una sorta di mercato delle cripto, insieme con la proibizione che ha adottato nei confronti della Federal Reserve perché non progettasse il dollaro digitale, possibile concorrente delle cripto, e l’agire dello stesso presidente perché si affermassero gli Usa come la capitale mondiali delle criptovalute, poi concentrate nelle stablecoin?
Queste fanno sì riferimento a una moneta a corso legale (nella specie, il dollaro), ma mantengono alcuni degli aspetti rischiosi dei predetti asset. Come poi si possono sottovalutare gli interventi trumpiani sui vertici dell’Antitrust statunitense, per non parlare delle gravissime pressioni esercitate sulla Fed perché abbassasse i tassi di riferimento, ricorrendo persino a una sorta di licenziamento di una componente del board contraria a questa decisione?
Una misura fulminata come illegittima dalla Corte Suprema. Allora, che fare? Si può impedire al tycoon di curare i propri interessi? Certamente, no. Ma la via di una netta distanza dalla gestione del proprio patrimonio con l’obbligatoria costituzione di un blind trust, un fondo cieco, è il minimo che si possa fare, a maggior ragione se l’interessato non avverte motivazioni etiche e di solidarietà sociale per una netta separazione dei propri interessi da quelli generali del Paese, volendosi escludere, almeno fino a prova contraria, che il vantaggio della carica, in questo caso, consista anche nel potere far meglio i propri interessi.
Comunque gli americani, se non vedranno di buon occhio quel che sta accadendo, non potranno limitarsi a criticare questo modo di ulteriormente arricchirsi. Molti decenni fa una Corte americana condannò un tipografo che, avendo stampato un volantino di indizione di un’assemblea societaria specificando le materie all’ordine del giorno molto prima che ne fosse data pubblicità, effettuò alcune operazioni in borsa suggeritegli dagli argomenti indicati nel volantino. Questo era il rigore di un tempo. Ciò che era giustamente vietato a un tipografo ora è consentito al Capo della prima potenza mondiale.
I latini avrebbero detto «Quid Jovi, non bovi», a patto però che nel nostro caso Trump possa qualificarsi come Giove e non come uno che piuttosto evoca l’immagine di un macro oligarca ex sovietico.
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