Il presidente statunitense Donald Trump ha riaperto il fronte del protezionismo commerciale con una nuova offensiva: le lettere inviate a 14 Paesi, principalmente asiatici, annunciano l’intenzione di imporre dazi fino al 40% su una vasta gamma di beni a partire dal 1° agosto, se non verranno compiuti «progressi significativi» nei negoziati per ridurre gli squilibri commerciali con gli Stati Uniti.
La misura arriva in un contesto in cui, secondo un’analisi del Financial Times basata su dati dello US Census Bureau, le entrate statunitensi da dazi hanno già superato i 24 miliardi di dollari nel solo mese di maggio, primo mese interamente sotto l’effetto della nuova tariffa globale del 10% introdotta da Trump.
I Paesi maggiormente presi di mira sono quelli con i surplus commerciali più alti: Giappone (68,5 miliardi di dollari), Corea del Sud (66 miliardi), Thailandia (45,6 miliardi), Indonesia (17,9 miliardi). Ma nell’elenco figurano anche Malesia, Cambogia, Laos, Myanmar, Bangladesh e nazioni extra-asiatiche come Sudafrica, Tunisia, Bosnia, Serbia e Kazakistan. L’obiettivo di Trump è ridurre in tempi rapidi il deficit commerciale degli Stati Uniti, utilizzando la minaccia delle tariffe come strumento negoziale.
Le reazioni sono state diverse, ma tutte improntate alla prudenza. La Corea del Sud, già colpita da dazi su acciaio e auto, ha espresso «moderato ottimismo», auspicando un’intesa prima della scadenza. Seul ha proposto una collaborazione rafforzata nel settore navale, dove è uno dei maggiori produttori mondiali. Il Giappone, invece, si mostra più rigido: Trump accusa Tokyo di ostacolare l’accesso al proprio mercato per riso e veicoli americani, ma il premier Shigeru Ishiba ha difeso con forza la politica agricola nazionale, in vista delle elezioni per la Camera Alta del 20 luglio. «Il governo ha evitato facili compromessi e ha protetto ciò che va protetto», ha dichiarato Ishiba, bollando l’ultimatum di Washington come «fondamentalmente deplorevole».
Più accomodante l’Indonesia, che ha già firmato un accordo per importare un milione di tonnellate di grano americano all’anno nei prossimi cinque anni, nel tentativo di ammorbidire le minacce di dazi al 32%. Un approccio simile è quello adottato dalla Thailandia, che ha messo sul tavolo una proposta concreta: maggiore accesso ai prodotti agricoli e industriali statunitensi, acquisti nel settore energetico e un potenziale ordine di 80 aerei Boeing per Thai Airways. L’obiettivo dichiarato da Bangkok è ambizioso: ridurre il surplus commerciale del 70% in cinque anni, fino al totale equilibrio entro sette-otto anni.
Anche altri Paesi asiatici cercano una via diplomatica. La Malesia ha ribadito la volontà di raggiungere un’intesa «equilibrata e reciprocamente vantaggiosa», mentre il Bangladesh, minacciato da dazi del 35% sul settore tessile, secondo al mondo dopo la Cina, punta a firmare un accordo entro l’8 luglio. «Abbiamo finalizzato i termini», ha confermato Mahbubur Rahman, segretario del ministero del Commercio di Dhaka.
Situazione più delicata per Cambogia, Myanmar e Laos, che ospitano numerose fabbriche legate a investimenti cinesi. Washington sospetta che questi Paesi siano usati come canali per il «trasbordo» di prodotti cinesi, aggirando le tariffe Usa. In particolare, la Cambogia ha visto i dazi scendere dal 49% al 36% dopo aver promesso la riduzione dei dazi doganali su 19 categorie di beni americani, in un contesto segnato dalla visita del presidente cinese Xi Jinping. Myanmar e Laos restano sotto la minaccia del 40%.
Infine, anche altri Paesi fuori dall’area asiatica sono stati destinatari delle lettere americane: Sudafrica (30% di dazi), Tunisia (25%), Serbia (35%), Bosnia (30%) e Kazakistan (25%). La Casa Bianca segnala che in tutti i casi è ancora possibile raggiungere un’intesa bilaterale, ma il tempo stringe.
Resta da vedere se i Paesi coinvolti cederanno alle pressioni o se si aprirà una nuova fase di tensioni che rischia di compromettere gli equilibri economici globali. (riproduzione riservata)