Il 19 e 20 marzo si tiene la riunione del Consiglio Europeo, in parziale coincidenza con la seduta del consiglio direttivo della Bce (il 19). Naturalmente l'argomento centrale del primo Consiglio sarà lo stato della guerra contro l’Iran, ma anche quella in Ucraina e l’altra, che non si può ritenere di fatto cessata, a Gaza.
Conflitti, questi, che, benché siano diversi tra loro per molte ragioni, hanno un collegamento, sia pure per le forze politiche e militari che vi sono impegnate. Vedremo se finalmente il Consiglio Europeo si dimostrerà in grado di affermare una strategia e quantomeno di operare perché l'Unione sia riconosciuta come una parte non destinata al solo ricevere richieste (in particolare, dagli Usa) bensì come uno dei soggetti che possa avere una voce in capitolo, soprattutto per avviare una condizione di sospensione delle ostilità.
Ovviamente ciò richiede che preesista una single voice, cosa niente affatto sicura, come in questi anni si è potuto purtroppo constatare. Ma il Consiglio Europeo, di seguito alle riunioni informali di gennaio e febbraio, dovrebbe affrontare, non più soltanto in sede teorica ma con l'obiettivo di assumere concrete decisioni, l'attuazione del progetto dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti. Sulla base dei Rapporti Draghi e Letta se ne è parlato molto per ben oltre un anno.
Ora è il momento dei fatti se si vuole evitare che questo progetto finisca col diventare una telenovela la cui conclusione continui ad allontanarsi nel tempo. Lo scopo prioritario, declamato e ripetuto, è evitare con il piano in questione il non interrotto deflusso di 300 miliardi e oltre di risparmi dall'Unione agli Usa per le migliori occasioni colà di investimenti.
Non è facile passare dalla teoria alla pratica, soprattutto con riferimento al 28° regime giuridico ed economico che si pensa di istituire, secondo il quale potrebbero scegliere di operare soggetti insediati nell’Unione optando per tale regime in luogo di quello nazionale.
Così come non è facile prevedere un insieme di agevolazioni fiscali da un lato e di priorità dell'impiego del risparmio dall'altro. Si intrecciano problemi di diritto comunitario, di diritto internazionale e di rapporti con gli ordinamenti nazionali. Ma naturalmente non si tratta di ostacoli insuperabili, pur avendo presente il carattere complesso del 28° regime.
Ciò che però si trascura è che una Unione di questo tipo (che, secondo alcuni, consisterebbe in un ridimensionamento di quella del Mercato unico dei capitali in precedenza lanciata) non può essere validamente varata se non si completa l'Unione bancaria, due pilastri della quale - la risoluzione delle banche in difficoltà e l'assicurazione europea dei depositi - sono, nell'ordine, solo in parte attuati e niente affatto realizzati. E ciò a 12 anni circa dell’approvazione dell'Unione bancaria.
I freni sono diversi: per la risoluzione si vorrebbe utilizzare il Meccanismo Europeo di Stabilità, che però non è vigente nella nuova formulazione perché l’Italia non ha ratificato la revisione del relativo Trattato. Per l'assicurazione la Germania e i Paesi cosiddetti frugali chiedono una drastica riduzione dei rischi delle banche prima di condividere con l’assicurazione un rischio comune.
Si ripetono in questo modo condizioni che per l’Italia non sono accettabili e i critici e gli scettici non manifestano almeno la disponibilità a cercare un punto d'incontro. Ora però il nodo viene al pettine, per cui deve essere chiaro che, date le strette connessioni tra le due suddette unioni, chi si oppone all'Unione bancaria si oppone pure a quella dei risparmi e degli investimenti.
Vedremo se il Consiglio effettuerà una valutazione organica di questo tipo. Quanto alla Bce, si richiede un’organica analisi della crisi con le tre guerre citate e dei possibili sviluppi, con riferimento ai rapporti tra politica monetaria e politica economica e di finanza pubblica. Dovrebbe a tal fine essere doveroso produrre un report da illustrare, da parte della presidente Christine Lagarde, nella conferenza stampa successiva alla riunione del direttivo. È chiedere troppo? O si tratta di una necessaria collaborazione istituzionale? (riproduzione riservata)