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Giulio Tremonti
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Tremonti, l’era dei dazi è la fine del Whatever mistake

04 aprile 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 07 aprile 2025, 13:08

«La fine della globalizzazione è iniziata trent’anni fa e nel nuovo millennio è rimasta in piedi grazie alla finanza che in maniera artificiale ha tenuto in vita un cadavere» dice l’attuale presidente della commissione Esteri della Camera | Dove si fermerà la pallina della roulette dei dazi?

La bomba nucleare sganciata sui mercati da Donald Trump con l’imposizione di dazi, del 20% nel caso dell’Unione Europea e del 34% nel caso della Cina, non ha precedenti storici ma segna la definitiva conclusione dell’era della globalizzazione. Fine drammatica, ma, secondo Giulio Tremonti, inevitabile. L’attuale presidente della commissione Esteri della Camera è dal 1994 che sostiene il cambio di paradigma del mondo occidentale, dove «la finanza è arrivata a contare più delle persone e dei governi». Raggiungo Tremonti, più volte ministro dell’Economia nei governi di Silvio Berlusconi, grazie a una telefonata che avviene mentre i mercati crollano per la seconda giornata consecutiva dopo il Liberation day sancito dal presidente americano nel giardino delle rose della Casa Bianca.

Professore, siamo in una situazione più vicina all’11 settembre 2001, al crack di Lehman Brothers, allo scoppio del Covid o all’invasione dell’Ucraina? La domanda non può avere risposte facili, anche se Tremonti è stato un protagonista autorevole della scena finanziaria nei primi due eventi citati e ha lavorato nei vertici internazionali al fianco di banchieri centrali del calibro di Alan Greenspan e Ben Bernanke, presidenti della Federal Reserve dal 1987 al 2014. «Nessuno dei quattro casi», risponde, «non ci sono analogie perché la storia non si ripete mai, siamo passati da un trauma all’altro. Come scrivo nel mio ultimo libro Guerra o pace, siamo di fronte alla rottura della storia come avvenuto nel ‘500 e questa rottura ha iniziato a manifestarsi tra il 1992 e il 1995: lì è cominciata la globalizzazione».

Tremonti indica una data precisa: gennaio 1995, quando col vertice di Marakesh si sancì la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, atto finale dell’Uruguay Round sul libero scambio e il libero commercio. Accordo che oggi viene messo in discussione da Trump e, ironia della sorte, impugnato dalla Cina, che ai dazi dell’inquilino della casa Bianca, ha risposto con la stessa moneta.

«Da quel momento nel 1995 il mercato è finito sopra gli stati e le persone. Andò bene con la crisi dei mutui sub prime, alla quale si rispose con la politica monetaria, oggi va peggio perché le banche centrali a furia di stampare denaro sono finite in perdita. Mai vista una banca centrale in perdita», riflette Tremonti.

Eppure questo sta accadendo: «la crisi della classe operaia (e il cronista pensa a come sia stata plasticamente rappresentata dall’operaio di Detroit al fianco di Trump all’annuncio dei dazi, ndr) ora si incrocia con la crisi della leva monetaria. La fine della globalizzazione è iniziata trent’anni fa e nel nuovo millennio è rimasta in piedi grazie alla finanza che in maniera artificiale ha tenuto in vita un cadavere».

Tremonti, che ricorda di aver profetizzato questi eventi già nel 1994 con un altro saggio dal titolo emblematico, Il Fantasma della povertà, analizza anche il drastico passaggio dallo strapotere della finanza delle banche centrali al crollo delle certezze: «il Whatever it takes è diventato Whatever mistake».

Perché? Gli chiedo. «Perché il bazooka di Mario Draghi, poi proseguito da Christine Lagarde in Bce, è durato troppo e non ha aiutato le classi povere ma ha dato soldi ai ricchi». Classi che ora, col rischio recessione e inflazione alle porte, rischiano di pagare il prezzo più alto sull’altare della de-globalizzazione.

Ma non c’era modo di fermare la finanziarizzazione dell’economia?

«Io proposi nel 2009 il Global Legal Standard, cioè una risposta alla crisi con le regole; si è però scelta un’altra strada, lo Stability board e l’uso della finanza. L’indice della finanza mondiale nel 2012 era 1.000 oggi siamo a 6.000, una delle ragioni dei crolli di questi giorni sta tutta in questi numeri». Come se ne esce? «È presto per dirlo ma la prova dello straniamento delle classi che governano sono le dichiarazioni della Commissione europea che pare non rendersi conto di quello che accade: mi ricorda il governo di Chamberlain del 1940». Per inciso quel governo inglese fu l’esecutivo che sottovalutò la volontà di dominio sull’Europa di Adolf Hitler nonostante lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Siamo a questo punto? Il professore di Sondrio non risponde e c’è da credere che non faccia paragoni, ma di certo Trump può rappresentare quell’elemento che spacca i fragili equilibri fin qui descritti e che mettono a repentaglio l’ordine mondiale. Nemmeno la Federal Reserve può indurre il presidente a ragionare? Insisto, nel tentativo di trovare un’idea che possa fermare la furia iconoclasta trumpiana. «No», la risposta. Forse può qualcosa Wall Street, se le cose dovessero andare davvero male e con crolli così vistosi come in questi inizi di aprile, crolli che rappresentano da soli «un fattore di rischio». Ma si tratta di ipotesi.

Come si tratta di un’ipotesi, venendo all’Italia del governo di Giorgia Meloni, quella di cercare altri mercati per il nostro export. «Non è semplice, dove li troviamo? Anche gli altri mercati sono finiti sotto i dazi del presidente americano», ragiona ancora Tremonti. Insomma siamo di fronte a una nuova tempesta perfetta con la crisi della globalizzazione che è l’esito a valle della fine della fabbrica e della leva monetaria. Un triangolo delle Bermuda da cui dovremo però uscire. (riproduzione riservata)



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