Le tensioni geopolitiche sono tornate a scuotere i mercati, rendendo più difficile delineare scenari plausibili e valutarne le conseguenze macroeconomiche. In questo contesto, diventa centrale comprendere le implicazioni di un nuovo shock petrolifero su inflazione, tassi e crescita. Gli shock energetici, infatti, comprimono margini e potere d’acquisto, generando spesso uno scenario stagflattivo che complica la gestione del trade-off tra rendimento e protezione del capitale.
L’embargo Opec del 1973-74 determinò una quasi quadruplicazione del prezzo del greggio, mentre la crisi iraniana del 1978-79, tra riduzione dell’offerta e aumento della domanda precauzionale, portò a un forte rialzo dei prezzi, in un contesto in cui la Fed, già preoccupata dall’inflazione, irrigidì la politica monetaria. Durante la Guerra del Golfo (1990-91) l’aumento dei prezzi energetici fu rapido ma relativamente breve contribuendo a un temporaneo aumento dell’inflazione e a un rallentamento dell’attività nei Paesi avanzati. Più recentemente, nel 2007-08, il super ciclo delle materie prime portò il Wti a 145 dollari al barile il 3 luglio 2008: sebbene la crisi finanziaria fosse il principale fattore del successivo crollo il caro-energia aggravò ulteriormente il contesto penalizzando consumi e settori industriali energivori.
Gli elementi ricorrenti sono chiari: gli shock energetici tendono a rendere più persistente l’inflazione headline, a limitare la capacità delle banche centrali di mantenere politiche accomodanti e a frenare la crescita economica. Le conseguenze sono particolarmente rilevanti per gli asset più sensibili ai tassi e, più in generale, per la costruzione strategica dei portafogli degli investitori istituzionali, che devono gestire orizzonti temporali estesi e vincoli di rischio stringenti.
Tornando al contesto attuale, a metà marzo il Brent si è stabilizzato in area 104-106 dollari al barile in un quadro caratterizzato da forti timori sulla sicurezza dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. Da allora la dinamica dei prezzi è rimasta estremamente volatile: tra fine febbraio e metà aprile i future sul Brent hanno registrato un rialzo superiore al 50%, accompagnato da ampie oscillazioni giornaliere.
Sul fronte dei prezzi al consumo i dati più recenti confermano che il processo di disinflazione è meno lineare rispetto alle attese. In Eurozona l’inflazione a marzo ha raggiunto il 2,5%, in aumento rispetto all’1,9% di febbraio. La componente core si è attestata al 2,3%, in lieve calo rispetto al 2,4% del mese precedente, ma comunque indicativa di una dinamica sottostante ancora resiliente. In Italia le stime indicano un’inflazione pari a +1,5% su base annua (Hicp) a marzo, sostanzialmente stabile rispetto a febbraio. Il quadro complessivo appare più fragile rispetto a pochi mesi fa. L’inflazione headline è tornata su livelli prossimi o superiori al 2%, mentre la componente dei servizi continua a rappresentare una quota significativa dell’inflazione complessiva, con una dinamica più rigida. In questo contesto un ulteriore shock petrolifero potrebbe interrompere il percorso di disinflazione e riaccendere le pressioni sulla politica monetaria, aumentando l’incertezza per gli investitori istituzionali nella gestione della duration e nell’allocazione obbligazionaria. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dal pass-through energetico. Uno shock di offerta sul gas in grado di aumentare i prezzi del 10% può tradursi in un incremento dell’inflazione headline dell’area euro di circa 0,6 punti percentuali dopo un anno, attraverso un meccanismo di trasmissione indiretto lungo la catena dei costi. Se i prezzi dell’energia dovessero mantenersi su livelli elevati, tornerebbe quindi plausibile uno scenario di tassi più alti per un periodo più prolungato.
Le più recenti proiezioni macro indicano una crescita dell’Eurozona nel 2026 pari a +0,9% e un’inflazione al 2,6%, riflettendo l’impatto dello shock energetico e dell’incertezza geopolitica, pur in presenza di un’ipotesi di graduale rientro dei prezzi energetici. In questo contesto la Bce potrebbe mantenere un approccio prudente, contribuendo a prolungare la fase di volatilità sui mercati. Alla luce di queste dinamiche è ragionevole attendersi che la volatilità resti elevata nel breve termine. (riproduzione riservata)
*senior manager Institutional Clients di Pictet Am
**Antin Ip professor of infrastructure finance
all’Università Bocconi