Quando questo giornale usciva per la prima volta in edicola delle Gafam (Google, Amazon, Facebook – ora Meta – Apple e Microsoft) che, negli anni a venire, avrebbero letteralmente trasformato le nostre vite e scritto pagine rivoluzionarie della storia dell’umanità ne esistevano solo due: Apple e Microsoft.
Amazon, Facebook e Google erano ancora lontane dal vedere la luce. Mark Zuckerberg, oggi Signore dei social network era un bambino di 5 anni, Larry Page e Sergey Brin, geniali fondatori di Google, erano due tredicenni sulla strada dell’adolescenza e Jeff Bezos, il più adulto del gruppo, si era appena laureato in ingegneria elettronica a Princeton e lavorava a Wall Street e non aveva ancora avuto l’intuizione di usare Internet per vendere libri attraverso quella che sarebbe poi diventata la sua Amazon.
Tim Berners Lee, una manciata di settimane prima, aveva pubblicato un paper nel quale descriveva quello che sarebbe poi diventato il web, ma ci avrebbe poi messo altri due anni per realizzare il primo sito web della storia (1991) e ce ne sarebbero voluti ancora altri due perché il web diventasse l’antesignano di ciò che è oggi grazie alla messa a disposizione, proprio ad opera di Berners Lee e del Cern presso il quale lavorava, del relativo codice sorgente.
Eppure regole e innovazione tecnologica si erano già incontrate e entrambe avevano già incrociato la strada dei mercati globali. Certo le questioni sul tavolo erano completamente diverse da quelle con le quali ci confrontiamo oggi, ormai festeggiati i primi trent’anni di web e oltrepassata la soglia della società degli algoritmi nella quale viviamo e vivremo per un po’.
E, tuttavia, alcuni elementi che avrebbero poi fatto la differenza sui mercati globali digitali potevano già intravedersi. Basta riavvolgere il nastro fino a quel luglio del 1989 – pochi mesi dopo lo sbarco in edicola del primo numero di MF – nel quale un giudice americano respinse al mittente la richiesta di Steve Jobs, fondatore di Apple di vietare a Bill Gates, fondatore di Microsoft, l’utilizzo dell’interfaccia a finestre sovrapponibili che avrebbe poi fatto, negli anni a venire, la fortuna di Windows e della società di Redmond.Le prime due grandi big tech della storia – o, forse, meglio due tra le più grandi perché non erano solo già all’epoca nel firmamento digitale - se le davano in Tribunale più di quanto non accada oggi.
Ma se le davano per ragioni che, appunto, pur nella diversità nascondevano, in nuce, alcuni dei fattori che avrebbero poi fatto la loro fortuna – e quella dei nascituri giganti del web – negli anni a venire.Tanto per cominciare avevano già chiarissima la regola del first moover, il primo che porta sul mercato un’idea vincente lo conquista, lo satura, rende quasi impossibile la concorrenza.
Le finestre sugli schermi dei primi computer erano nate in casa Apple ma fu Microsoft, peraltro proprio grazie a una licenza di Apple, a portarle prima alla ribalta sul mercato con un software che le aveva addirittura nel suo nome «Windows» e che sarebbe diventato rapidamente il più diffuso al mondo. Impossibile per chiunque altro insidiare quel primato per decenni. E questa regola continua a essere protagonista indiscussa dei mercati digitali.
Se pensiamo a un social network ci viene in mente un nome prima degli altri solo perché è arrivato prima, e lo stesso capita per i motori di ricerca o per le app di messaggistica. E poco importa se il mercato offre, talvolta, persino prodotti e servizi tecnologicamente più evoluti.
ChatGpt di OpenAI è nell’immaginario collettivo e sui mercati il servizio di intelligenza artificiale generativa per antonomasia, il più popolare e il più gettonato semplicemente perché è sbarcato on line una manciata di mesi prima degli altri.
E, in fondo, i recentissimi Digital Service Act e Digital Market Act, i due regolamenti europei, punte di diamante del pacchetto digitale con il quale la Ue sta provando riconsegnare agli Stati il governo su mercati che sono loro sfuggiti di mano, hanno, in qualche modo, proprio l’ambizione di rimettere in discussione quella antica regola del first mover, rendendo contendibili posizioni di forza economico-commerciale conquistate da chi è arrivato prima su taluni segmenti di mercato. Nobile intento, niente affatto facile a realizzarsi.
Le norme specificate nella legge sulla protezione dei dati riguardano principalmente gli intermediari e le piattaforme online. Ad esempio, mercati online, social network, piattaforme di condivisione di contenuti, app store e piattaforme di viaggio e alloggio online.
Il Dsa include norme specifiche per le piattaforme online di dimensioni molto grandi e i motori di ricerca. Si tratta di piattaforme online e intermediari che hanno più di 45 milioni di utenti al mese nell'Ue che devono rispettare gli obblighi più severi della legge.
La legge sui mercati digitali comprende norme che disciplinano le piattaforme online dei gatekeeper, cioè le piattaforme digitali con un ruolo sistemico nel mercato interno che può strozzare imprese e consumatori per importanti servizi digitali. Alcuni di questi servizi sono contemplati anche dalla legge sui servizi digitali.
Ma quella prima lite in tribunale tra Apple e Microsoft racconta anche altro. L’oggetto della contesa erano le interfacce. Più che per la tecnologia in sé, se le davano per la forma della tecnologia, quella con la quale quest’ultima si presentava e continua a presentarsi agli utenti. E, trentacinque anni dopo, non si può che riconoscere che quella battaglia legale per le interfacce – peraltro non l’unica nella storia delle big tech – aveva straordinariamente senso.
È, infatti, con le interfacce e la loro usabilità che le Gafam ci avrebbero poi conquistato e ciascuna di loro avrebbe conquistato un segmento dell’enorme mercato digitale. Senza nulla voler togliere alla tecnologia straordinaria che hanno consegnato al mondo, le big tech non avrebbero mai avuto il successo di pubblico che hanno avuto e non si sarebbero mai impadronite del nostro tempo, della nostra attenzione, delle nostre agende, della nostra dieta mediatica se le loro interfacce non fossero state facili da usare quanto lo sono, se gli utenti avessero avuto bisogno di leggere le istruzioni per l’uso come accadeva per i vecchi elettrodomestici prima di iniziare a usare uno smartphone, un motore di ricerca, un social network, un software di editing di testi, un’app di messaggistica o un servizio di generazione di contenuti basato sull’intelligenza artificiale.
Quanti utenti avrebbe oggi ChatGpt se la sua interfaccia non avesse le rassicuranti sembianze di una qualsiasi app di messaggistica istantanea e non fosse stata capace di evocare in maniera immediata, in ciascuno di noi, la più classica delle conversazioni tra umani in carne ed ossa?E questa è un’altra enorme questione regolatoria al crocevia tra mercati e tecnologia.
Solo con il Gdpr, in modo timidissimo, e, poi, con il Digital service act, ci siamo cominciati a rendere conto di quanto strategiche siano le interfacce anche per consentire ai fornitori di servizi digitali di presentarsi al mondo come rispettosi delle regole, salvo poi eluderle, appunto, a colpi di digital design, user esperience, grafiche e colori scientificamente scelti per manipolare ogni genere di scelta degli utenti e delle persone.
La centralità dei dark pattern nella governance dei mercati digitale è, infatti, scoperta relativamente recente. Basta pensare a consensi plebiscitari alla profilazione a mezzo cookie e altri tracciatori portati a casa dagli editori – e non solo dagli editori – negli ultimi dieci anni in giro per l’Europa.
Regole formalmente rispettate, informativa fornita e consenso raccolto ma, rendendo per gli utenti straordinariamente facile e immediato dire si e enormemente complicato dire no.
Ma quella stessa prima battaglia giudiziaria tra Apple e Microsoft suggerisce anche un’altra grande verità con la quale, negli ultimi trent’anni, nell’universo digitale, ci siamo confrontati più e più volte.
Le regole dell’immateriale, quelle della proprietà intellettuale e industriale e, oggi, in misura crescente, anche quelle della protezione dei dati personali, alla fine, sui mercati digitali, sono quelle che hanno fatto e continuano a fare la differenza.
Era in nome di quelle regole che Apple e Microsoft se le davano trentacinque anni fa e sono quelle regole, quelle del diritto d’autore – o del copyright nei Paesi di common Law -, quelle dei disegni industriali e della privacy, che, nei mesi e negli anni che verranno, decreteranno, successi, insuccessi, stop e volate nella nuova corsa all’oro nel mondo dell’intelligenza artificiale perché sono quelle regole che stabiliscono e stabiliranno, diversamente interpretate, quali opere, dati e informazioni potranno finire in pasto agli algoritmi per addestrare e provare a renderli intelligenti e, soprattutto, se e a chi, di volta in volta, i padroni delle fabbriche degli algoritmi dovranno chiedere permesso per accedere alle più irrinunciabili tra le materie prime lavorate nei loro stabilimenti.
Una storia bellissima quella di 35 anni di regolamentazione dell’innovazione tecnologica che avrebbe moltissimo da insegnarci se solo fossimo disponibili a scorrerla a ritroso, soffermandoci di più sui tanti fallimenti regolamentari che sui successi che pure non sono mancati.Ma la tentazione di continuare a normare inseguendo il futuro e dimenticandoci del passato sembra irresistibile. (riproduzione riservata)
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