Nel dibattito sulla regolamentazione dei prodotti del tabacco e della nicotina, si parte oggi da un punto fermo indiscutibile: fumare fa male, e la scelta migliore per tutelare la salute di un fumatore è smettere completamente. Che cosa accade però quando un fumatore adulto non vuole smettere di fumare, pur consapevole dei rischi? Ignorare questa realtà non la elimina, al contrario, rende le politiche pubbliche meno efficaci.
Nel report di valutazione della Commissione Europea della Tobacco Products Directive, che apre il percorso verso una revisione della direttiva, non vi è traccia di questa domanda. Un report che non rispetta pienamente gli standard di Better Regulation, al punto da ricevere un parere critico anche dal Regulatory Scrutiny Board, l’organismo interno alla Commissione, che esamina la qualità delle valutazioni di impatto.
Il nodo non è solo procedurale, ma sostanziale. Nonostante le consultazioni pubbliche alle quali hanno partecipato ricercatori, medici ed esperti di strategie di riduzione dei rischi del tabacco, molte evidenze scientifiche che distinguono tra combustione e nicotina non sono state considerate nel report. Mancano in sostanza analisi strutturate sull’impatto dei prodotti senza combustione sulla salute dei fumatori adulti. Questo approccio solleva un importante problema: se la consultazione diventa un esercizio formale e si scarta ciò che non è coerente con il proprio storytelling, il risultato è quello di costruire politiche viziate e parziali, e quindi potenzialmente inefficaci.
Le politiche pubbliche non possono fondarsi solo sui divieti, perché i divieti non eliminano la domanda. Il commercio illecito di prodotti del tabacco provoca oggi una perdita di circa 17 miliardi di euro l’anno per i bilanci dell’Unione, alimentando mercati privi di controlli su qualità, sicurezza e accesso dei minori. In questo scenario, un’ulteriore stretta indiscriminata rischia di rafforzare il mercato illegale anziché ridurre il consumo.
Il tema è tutt’altro che marginale anche sul piano economico e sociale. La filiera europea del tabacco e della nicotina contribuisce per oltre 220 miliardi di euro al pil dell’Unione Europea, sostiene più di 2,1 milioni di posti di lavoro e genera oltre 110 miliardi di euro di entrate fiscali annue. Un settore industriale enorme, in cui l’Italia gioca un ruolo centrale, con il 27% della produzione di tabacco in Europa.
In questo contesto appare legittimo domandarsi perché l’Europa non abbia avviato una valutazione scientifica, comparativa e strutturale sugli effetti dei nuovi prodotti senza combustione rispetto alle sigarette tradizionali.
Porre questa domanda non significa negare che smettere sia l’opzione migliore, né normalizzare il consumo. Significa riconoscere che una parte dei cittadini non si comporta come il regolatore auspica, ma come ritiene compatibile con le proprie scelte personali.
Il caso svedese dimostra che un approccio pragmatico è possibile. La Svezia registra oggi il più basso tasso di fumatori dell’Unione, intorno al 5-6% della popolazione adulta, contro una media europea che si attesta intorno al 24%, e livelli di mortalità tabacco è correlata significativamente inferiori. Un risultato ottenuto anche grazie a una regolamentazione pragmatica e consapevole dei nuovi prodotti, sostenendo la diffusione di alternative senza combustione all’interno di un mercato legale e controllato.
Ignorare questa complessità significa adottare una regolamentazione non solo punitiva, ma soprattutto inefficace: penalizza l’innovazione, indebolisce il mercato legale e lascia spazio a prodotti non sicuri, proprio quelli da cui si dovrebbero proteggere i cittadini più vulnerabili. Smettere di fumare resta la scelta migliore, ma non è l’unica realtà con cui le istituzioni devono confrontarsi. Per una parte dei fumatori adulti, l’alternativa non è tra fumare e non fumare, ma tra prodotti diversi, con livelli di rischio diversi. L’Europa deve decidere se vuole continuare a ignorare la realtà o se invece vuole costruire una regolamentazione basata sulle evidenze, sulla proporzionalità e sull’impatto reale delle proprie scelte. (riproduzione riservata)
*presidente Imperial Brands Italia