L'Italia ha un problema con lo spazio. Non quello orbitale, che richiede competenze e capitali. Le competenze ci sono, i capitali purtroppo un po’ meno. Neppure quello convegnistico, che richiede solo qualcuno con velleità cosmiche e un servizio catering.
Ogni regione, ogni borgo ha deciso di organizzare il proprio evento sulla space economy, quasi con la stessa disinvoltura con cui si promuovono gite per famiglie in un parco a tema. Il risultato è la realizzazione di molti eventi, spesso costosi, con speranze di continuità applicativa ed evolutiva, ma in molti casi con una dispersione «cosmica» di risorse pubbliche che il mercato internazionale osserva con malcelato imbarazzo.
Il Veneto dispone di 134 imprese aerospaziali. Una base industriale reale. Eppure la Rete Innovativa Regionale (Rir) Air, formalmente riconosciuta nel 2020, se non si sviluppa in senso industriale e in modo coordinato rischia di configurarsi quale strumento di animazione territoriale. Non è un distretto. Non genera contratti. Non attrae system integrator. Confondere le due funzioni non è un errore semantico: è un errore strategico che costa posizionamento e capitali. Il territorio rischia di consolidare una rete abile nell'auto-narrazione ma incapace di produrre valore industriale misurabile. Un errore da evitare.
La regione corre il pericolo di costituire un fondale scenico a un mondo ricco di opportunità concrete che sfuggono, quindi dovrebbe, invece, assumere il ruolo di committente industriale. Agire come sponsor di eventi è ovviamente più semplice che insistere sulla necessità di produrre e rendere conto di risultati economici e collettivi.
Gli investimenti si attraggono con governance trasparente e pipeline di progetti misurabili. Panel, brochure e buffet sono utili ma non sufficienti. Servono Kpi pubblici e una netta separazione tra chi promuove e chi valuta.
Lo Space Meetings Veneto (11-13 maggio, Venezia) si è svolto nel terminal crociere in disuso. Pare di intravedere una metafora vagamente allarmante: un settore che guarda al 2030 ospitato nei resti di un’industria che ha già chiuso. L’evento genera networking, indubbiamente. Ma quando quest’ultimo diventa l’unico output misurabile la filiera ha un problema di sostanza, non di comunicazione. Il successo di un ecosistema aerospaziale non è quantificato solo dal numero di visitatori, badge stampati o selfie con delegazioni. Si misura in contratti firmati, investimenti insediati, brevetti depositati, ordini acquisiti da prime contractor. Tutto il resto è promozione territoriale. Legittima ma insufficiente a giustificare impegni crescenti di denaro pubblico.
Verosimilmente è il momento opportuno per un cambio di formato radicale. Da fiera B2B a piattaforma decisionale internazionale, sul modello del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Tre stanze strategiche (Policy, Industrial, Capital) al posto di sessanta panel dove forse troppi discutono ma nessuno decide. Un prodotto intellettuale annuale. Kpi pubblici. Accountability reale.
L'alternativa appare con chiarezza: restare una vetrina. Piacevole, ben illuminata, ma dove nessun investitore realmente intenzionato entra per firmare un assegno. Il mercato spaziale globale è stimato in 1.800 miliardi al 2030. Chi non si struttura paga il prezzo stabilito da altri. Non possiamo rischiare di accontentarci del buffet. (riproduzione riservata)
*membri della commissione nazionale Space Economy di Federmanager