Dopo varie escalation, ci troviamo ora in una situazione in cui il commercio tra i due maggiori partner commerciali del mondo è praticamente bloccato: gli Stati Uniti applicano una tariffa totale del 145%, la Cina del 125%. L'anno scorso il commercio combinato tra i due Paesi ha raggiunto i 585 miliardi di dollari e la Cina rappresenta circa il 13% delle importazioni degli Stati Uniti. Il tutto mentre il resto del mondo si trova ad affrontare almeno 90 giorni di incertezza.
Questi fattori incidono negativamente sul sentiment dei consumatori e sulla fiducia delle imprese, con il concreto rischio di un rinvio nelle decisioni di spesa e investimento; il che, a sua volta, potrebbe avere un impatto sfavorevole sulla dinamica della crescita economica, almeno fino a quando non emergeranno segnali di maggiore chiarezza.
Intanto è appena cominciata la nuova stagione delle trimestrali, un momento che dovrebbe offrire indicazioni più dettagliate sugli effetti concreti del contesto attuale, poiché le imprese stanno valutando l’impatto delle misure tariffarie e rilasciando proiezioni sull’andamento futuro, pur muovendosi all’interno di un contesto fortemente incerto.
Appare evidente che esistano rischi al ribasso sia per la crescita economica sia per gli utili, ma risulta estremamente complesso quantificare tali rischi nelle stime previsionali, a causa dell’elevata incertezza politica. A prescindere dalle scelte in materia tariffaria, è la stessa incertezza protratta a rappresentare un freno per la crescita economica globale.
Un aspetto positivo è che, al momento, conosciamo il limite massimo delle tariffe. Inoltre, esiste un confine oltre il quale questa amministrazione non potrà sostenere ulteriori pressioni. Eventuali forti turbolenze nei mercati finanziari, come quelle registrate la scorsa settimana, potrebbero costringere l'amministrazione Trump a rivedere la propria strategia.
Per i partner commerciali degli Stati Uniti, il percorso di minor resistenza risiede nel negoziare apertamente piuttosto che rispondere con misure di ritorsione. Mentre le posizioni di Stati Uniti e Cina si stanno consolidando, altri Paesi hanno l’opportunità di tentare di limitare l’impatto, principalmente attraverso negoziati diretti con gli Stati Uniti e/o cercando di attenuare le conseguenze interne con interventi fiscali mirati.
Riassumendo, ci troviamo in una situazione più complessa di quanto inizialmente previsto riguardo al regime tariffario. Anche nel caso in cui le tariffe reciproche vengano negoziate a livelli inferiori, è probabile che ci si troverà ad affrontare una tariffa globale pari al 10%, oltre a imposte specifiche su settori come quello automobilistico. Le tariffe relative ai prodotti farmaceutici e ai semiconduttori devono ancora essere annunciate.
Anche se il tasso effettivo dei dazi statunitensi sarà probabilmente inferiore al 20-25% ipotizzato la scorsa settimana, rimarrà comunque significativamente più alto rispetto al 10% inizialmente previsto. Considerando che l'anno scorso il tasso era solo del 2,5%, si tratta di un aumento considerevole. Per fare un paragone, tra il 1970 e il 2025 non si è mai registrato un incremento superiore all’1% in un singolo anno. Si tratta quindi di un ostacolo significativo per il commercio internazionale e potenziale per la crescita economica globale. (riproduzione riservata)
*Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments