Negli ultimi tempi, l’interesse verso il mondo della finanza decentralizzata (DeFi) e verso le criptovalute, è aumentato esponenzialmente, attirando così nuovi investitori sia retail, sia istituzionali. Tuttavia, vi è ancora un forte scetticismo a riguardo, dal momento che volatilità di queste ultime è molto significativa. Le criptovalute sono state create, in primis, come metodo di pagamento alternativo a quello tradizionale. Si tratta dell’ultima frontiera del fiat money. Non avendo infatti corso legale, possono essere accettate, come mezzo di scambio, solo su base volontaria. Inoltre, come monete decentralizzate, non sono regolate e supervisionate da nessuna autorità monetaria, ma sono controllate dal soggetto emittente sulla base di regole proprie. Non esiste pertanto un lender of last resort, ma la situazione di una pluralità di soggetti emittenti non regolati ricorda molto quella delle wild cat bank negli Stati Uniti dell’Ottocento. Alcuni critici potrebbero con buone motivazioni sostenere che si tratta di monete più che virtuali, immaginarie. In questo contesto di grande entusiasmo verso le monete digitali, anche gli istituti bancari hanno fatto grandi passi in avanti avvicinandosi alla tecnologia blockchain e alle criptovalute. Anche se per molti le criptovalute non saranno mai la moneta del futuro o per lo meno non arriveranno mai a sostituire il fiat money, è pur vero che sempre più investitori valutano le monete virtuali come una tipologia di asset su cui investire. A tal proposito, BlackRock, all’inizio del 2021, ha deciso di aggiungere, in due fondi comuni offerti (BlackRock Strategic income opportunities e BlackRock Global allocation fund), i Bitcoin come asset class di investimento. Se da un lato aumenta l’interesse da parte degli investitori, dall’altro anche la tecnologia delle blockchain continua ad evolversi al fine di raggiungere un maggior grado di sicurezza, scalabilità e sostenibilità. L’aggiornamento Ethereum 2.0, la novità del 2021 tanto discussa che ha fatto schizzare il prezzo degli Ether, rappresenta proprio l’esempio omnicomprensivo dei tre principi sopra identificati. L’Eth 2.0 garantisce maggior scalabilità in quanto è in grado di processare grandi numeri di transazioni al secondo, così da rendere le applicazioni più veloci e meno costose. Inoltre, la versione 2.0 è stata pensata per creare un ecosistema più decentralizzato e quindi più sicuro contro ogni tipo di attacco. Tuttavia, l’aspetto più interessante riguarda il grado di sostenibilità delle transazioni a livello ambientale grazie all’implementazione del meccanismo Proof of Stake (PoS) nella versione Eth 2.0. Il PoS, sfruttando la tecnica di staking, ovvero l’atto di bloccare i propri token in modo da farli partecipare al processo di convalida dei blocchi, in cambio di una ricompensa, risulta essere più efficiente dal punto di vista energetico, non richiedendo quantità di elettricità ed energia elevate per risolvere algoritmi estremamente complessi. Pertanto, il modello di consenso di tipo Proof of Stake adottato da Ethereum risulta essere più rispettoso per l’ambiente, se si pensa che, secondo uno studio dell’Università di Cambridge, solo i Bitcoin consumano circa 120 Twh di elettricità all’anno, paragonabile al dispendio energetico di una nazione come l’Argentina. Oltre ai noti temi che riguardano il rischio di riciclaggio, vogliamo segnalare i due seguenti aspetti: la possibilità di emettere una valuta che finanzia un progetto può comportare una prospettiva di significativa disintermediazione del sistema creditizio, molto maggiore da quella rappresentata negli ultimi anni da parte dello shadow banking; gli eventuali rischi sistemici sulla stabilità del sistema finanziario costituiscono un tema molto rilevante sia per la ricerca accademica, sia per l’attività istituzionale delle autorità monetarie. (riproduzione riservata)