Immaginate di avere un tesoro che vale già 1.400 miliardi di euro ed entro sei anni da oggi, secondo l’Ocse, ne varrà oltre 2.700. E adesso pensate che solo il 5% di questo enorme patrimonio viene in qualche modo tutelato. Non ha alcun senso, non è vero? Eppure è esattamente quello che sta succedendo con l’oceano. La ricchezza delle enormi distese di acqua che circondano la superficie terrestre risiede sia nel valore economico delle attività che vi si possono svolgere (dalla pesca al turismo, dalla navigazione alla produzione di energia), ma anche nel loro ruolo cruciale per la sopravvivenza dell’umanità sulla Terra. Basti pensare che metà dell’ossigeno che respiriamo proviene direttamente dagli oceani, che di fatto contengono il 97% dell’acqua presente sul pianeta. Inoltre, gli oceani immagazzinano il 93% del carbonio terrestre, ritagliandosi di diritto il ruolo di più grande alleato dell’umanità nella lotta contro il cambiamento climatico.
Eppure le attività umane intensive come la pesca e il turismo svolti in maniera non sostenibile stanno mettendo a repentaglio questo tesoro immenso. Con tutto ciò che ne consegue, sia a livello ambientale sia economico. Un tema che in Italia dovrebbe essere quanto mai sentito: lo scorso 8 luglio, in occasione della giornata internazionale del Mar Mediterraneo, il Wwf ha reso noto che l'87% del mare che bagna la penisola italiana ha problemi di inquinamento, soprattutto quelli legati alla presenza di metalli tossici, sostanze chimiche industriali e rifiuti di plastica.
Insomma, oggi più che mai è necessario correre ai ripari, e farlo in fretta. La finanza se ne sta progressivamente rendendo conto, e all’interno del megatrend di investimento Esg tutto il filone dell’economia degli oceani si sta ritagliando uno spazio sempre più significativo.
La graduatoria Fida censisce cinque comparti a gestione attiva o Etf che investono in società quotate che contribuiscono in qualche modo all’economia degli oceani, detta anche blue economy (che fa il paio con la green economy, quella legata alla sostenibilità ambientale nel suo complesso). I cinque fondi in graduatoria hanno una performance media da inizio anno del 13,7%, che passa al 16,6% a un anno e al 10,6% a tre anni. Un bel rendimento insomma, che valida la tesi per cui preservare gli oceani fa bene al mondo in cui viviamo ma può al contempo dare buone soddisfazioni anche al portafoglio.
Con il comparto Blue Leaders Arca Fondi Sgr mette a segno nel 2024 una performance del 14%, che passa al 16,6% su un orizzonte annuo. Giorgio Bortolozzo, responsabile investimenti azionari della società di gestione, ricorda che gli oceani «sono un motore economico cruciale in settori come la pesca, l’acquacoltura, il trasporto marittimo, il turismo e la produzione di energia rinnovabile». Per selezionare i titoli in cui investire, il money manager si focalizza «su aziende che offrano soluzioni innovative e che facciano un uso responsabile ed efficiente delle risorse oceaniche, come quelle attive nell’acquacoltura sostenibile, nell’energia eolica offshore o nello sviluppo di tecnologie per ridurre l’inquinamento marino». Al contempo, i fondamentali di bilancio vanno considerati con attenzione. «Il focus è su società con solidi fondamentali, potenziale di crescita e un impegno dimostrato per la sostenibilità», osserva Bortolozzo.
I comparti di Bnp Paribas Am Easy Ecpi Global Esg Blue EconomyTrack P e Easy Ecpi Global Esg Blue Economy (un Etf) nel 2024 rendono rispettivamente il 13% e 12,4%. Robert Alexandre Poujade, analista Esg e biodiversity lead del gruppo, spiega come i fondi della società sia focalizzati su nicchie chiave «come l’energia e le risorse rinnovabili, la riduzione dell'inquinamento marino, la pesca sostenibile e il trasporto marittimo». Oltre alla costruzione dei portafogli, secondo il money manager un altro obiettivo di comparti di questo tipo è «promuovere il dialogo con le aziende, incoraggiando le migliori pratiche per limitare gli impatti negativi che possono colpire gli ecosistemi marini».
Cpr Am (gruppo Amundi) si approccia all’asset class con il comparto Blue Economy, che da gennaio rende l’11,4% e passa al 14% su un orizzonte annuo. Il megatrend legato all’economia degli oceani, ricorda il senior portfolio manager Gaël des Prez de la Morlais, interessa «gli operatori dell'industria, della gestione delle acque e dei rifiuti, del trasporto marittimo, delle energie rinnovabili, della pesca e del tempo libero. Indipendentemente dalle dimensioni e dalla geografia, offrono una varietà di profili potenzialmente in grado di ottenere buoni risultati in diversi contesti di mercato». Attenzione alle valutazioni in fase di costruzione del portafoglio: «Date le valutazioni attualmente attraenti e l'imminente riduzione dei tassi d'interesse, che dovrebbe incoraggiare gli investimenti, stiamo trovando opportunità interessanti nei servizi idrici ed energetici, nonché nei cantieri navali e nelle società di certificazione», elenca il money manager.
Al novero delle società che si occupano di blue economy si è da poco aggiunta Ubs Global Wealth Management, che ha lanciato il comparto Rockefeller Ocean Engagement Fund in partnership con Rockefeller Asset Management. Il fondo comprende un portafoglio di circa 50 titoli high conviction con un’attenzione particolare sulle aziende a piccola e media capitalizzazione. Mira a ottenere rendimenti reali a lungo termine attraverso una strategia tematica che identifica le società nei seguenti settori: trattamento delle acque reflue, gestione dei rifiuti e riciclaggio della plastica e acquacoltura sostenibile. Rockefeller si avvale a sua volta della collaborazione di The Ocean Foundation, una no-profit attiva proprio nella conservazione degli ecosistemi oceanici, che svolge il ruolo di advisor scientifico e politico nella costruzione del comparto. (riproduzione riservata)