I continui record delle borse che ormai si susseguono dal 2022 in avanti hanno rovesciato il vecchio paradigma del portafoglio: che il mercato vada sfidato continuamente, provando a batterlo con la gestione attiva. La diffusione continua dei prodotti passivi (sono quasi 2.500 gli Etp quotati a Piazza Affari) e delle piattaforme fai-da-te hanno fatto il resto: oggi la priorità di molti investitori è quella di replicare il mercato così come è, accettandone anche le fasi negative e quelle più volatili e abbassando il più possibile i costi di gestione.
Un approccio che, dati alla mano, si sta rivelando vincente: la nuova edizione del Barometro europeo di Morningstar che mette a confronto fondi attivi e passivi in varie categorie di investimento mostra come, alla fine del primo semestre, il tasso di successo a un anno dei money manager azionari sia sceso al 28,4%, flettendo di oltre due punti percentuali dal 30,5% di fine 2025.
Allargando gli orizzonti temporali peraltro la probabilità che uno stock picker di professione batte il rispettivo fondo-indice si fa sempre più bassa. A cinque anni il tasso di successo dei gestori azionari scivola al 15,2%, a dieci anni sprofonda addirittura all’11,9%.
Ma c’è un altro dato interessante, secondo la società di rating e analisi finanziaria: su un orizzonte decennale a sopravvivere è il 56,2% dei fondi azionari, contro il 67,3% degli Etf. E nel quintile con le maggiori commissioni (cioè il 20% dei fondi attivi più costosi) il tasso di sopravvivenza decennale scende ulteriormente sotto il 50%, e solo il 4,3% dei comparti batte le controparti passive. Invece per i fondi attivi appartenenti al primo quintile – i più economici – il tasso di successo a dieci anni arriva a sfiorare il 19%, sette punti in più rispetto al campione generale.
La correlazione è chiara, sottolinea Morningstar: «La principale ragione per cui la maggior parte dei fondi attivi fallisce è la loro breve durata, spesso dovuta a performance insoddisfacenti», evidenzia il report. «Ciò è generalmente riconducibile a una combinazione di una selezione dei titoli poco efficace e dell'impatto cumulato di commissioni più elevate rispetto alle alternative passive a basso costo: la nostra analisi mostra infatti che, nel lungo periodo, i fondi attivi dei quintili di costo più bassi hanno maggiori probabilità di successo».
Un discorso diverso vale per le categorie obbligazionarie. Qui, osserva l’analisi, il tasso di successo a un anno sfiora il 47%, mentre quello a dieci arriva al 33%: anche in questo caso si tratta di appena un terzo dei gestori, ma è interessante notare (si veda il grafico in alto) che il dato si aggira intorno ai massimi storici. Addirittura, se si considera solo il 20% dei fondi attivi più economici, la quota di quelli che battono gli Etf passivi nel lungo periodo sale sopra il 40%.
«Su orizzonti temporali più lunghi il tasso di successo dei gestori obbligazionari attivi diminuisce man mano che entrano in gioco i benefici dell’effetto composto delle basse commissioni applicate dai fondi passivi», ricorda Morningstar. Tuttavia, «i tassi di successo dei gestori obbligazionari attivi sono costantemente più elevati rispetto a quelli dei gestori azionari. Questo sintetizza bene il fatto che la replica di un indice è meno efficiente nei mercati obbligazionari rispetto a quelli azionari».
In generale, come riportato dal Financial Times, i più diversificati indici sui bond globali tendono infatti a essere sensibilmente meno rappresentativi dell’intero mercato rispetto più grandi indici azionari. Questo lascia allo stock picker più margine di manovra per selezionare i titoli, individuando quelli con maggiori possibilità di extra-performance all’interno dell’universo di investimento.
La gestione attiva, specie quella azionaria, è arrivata al capolinea? Sebbene nel lungo periodo nessuna categoria di fondi (si veda la tabella in pagina) riesca a superare il 50% di successo, nel breve – e quindi in un’ottica di gestione più tattica del portafoglio – ci sono delle storie interessanti.
Una è quella della Cina: nell’ultimo anno quasi tre money manager su quattro tra quelli specializzati nelle borse del Dragone hanno battuto i loro benchmark. La ragione è presto detta. A fronte di un mercato principale zavorrato da titoli finanziari che fanno ancora fatica a riemergere dalla grande crisi immobiliare iniziata nel 2021 (nell’ultimo anno l’indice Msci China in euro ha perso circa il 2,8%) il mercato domestico delle A-Shares e ancor più lo Star Market dei titoli tecnologici innovativi (robotica umanoide, AI, semiconduttori) sta crescendo di oltre il 70%. Gli stock picker professionisti che sanno muoversi in questo regno di opportunità stanno facendo davvero la differenza a livello di performance.
Discorso analogo vale per i mercati emergenti, dove il tasso di successo si aggira intorno al 64%. In questo caso però, a differenza delle Cina, anche gli Etf sono in rally: nell’ultimo anno i più grandi hanno generato in euro un total return superiore al 35%. Morningstar offre una spiegazione: «Le azioni dei mercati emergenti sono tra i principali beneficiari dello slancio alimentato dall’intelligenza artificiale. Mercati azionari come Taiwan e la Corea del Sud sono stati sostenuti dalla forte crescita degli utili delle società coinvolte nella filiera dell’AI», spiega l’analisi. Al contempo, quella emergente è un’area «in cui le società a media e piccola capitalizzazione, molte delle quali operano nel settore tecnologico, sono sottorappresentate negli indici. Questo offre ai gestori attivi opportunità relativamente facili da cogliere, se le condizioni di mercato sono favorevoli».
Al contempo, anche nel reddito fisso l’asset class degli emergenti rimane un buon presidio dei gestori attivi, che riescono a registrare un tasso di successo superiore al 76% a un anno e addirittura sopra il 46% a tre anni (solo i money manager monetari in euro e quelli obbligazionari globali fanno meglio). «A differenza del 2025, quando il dollaro statunitense più debole aveva fornito un sostegno» ai bond emergenti, «questa volta il suo apprezzamento ha rappresentato un ostacolo», scrive Morningstar. Un vantaggio che, almeno finora, i gestori attivi sono riusciti a trasformare in una significativa sovraperformance.
Il report della società di rating offre anche uno spaccato sull’azionario italiano. Una storia molto interessante se si pensa alle peculiari dinamiche della borsa milanese: fino al 2022 (per inciso, la prima scadenza dei Pir per i benefici fiscali) humus fertile per gli stock picker che cercavano perle tra le pmi dello Star e degli indici minori, dallo scoppio della guerra in Ucraina in avanti Piazza Affari si è accodata al treno delle banche, che ne hanno trainato una performance a tripla cifra.
Risultato: il tasso di successo dei gestori attivi a un anno è del 18,8%, ma sprofonda al 5,9% su un orizzonte quinquennale e al 3,9% a dieci anni. Non finisce qui: la serie storica di Morningstar mostra come oggi il tasso di successo dei money manager attivi sia ai minimi storici su tutti gli orizzonti più lunghi. Nel 2018, all’inizio della serie storica, quasi il 70% degli stock picker batteva il mercato a cinque anni, e più del 40% ci riusciva nel decennio. La performance ponderata per il patrimonio (quella cioè che dà maggiore peso ai fondi ed Etf più grandi) mostra come, sempre a dieci anni, i comparti attivi siano cresciuti di un robusto 13% annuo, che si scontra però con il 16% dei passivi.
Nell’area dell’obbligazionario governativo dell’Eurozona, infine, la gestione attiva riesce ancora a fare la differenza. Il tasso di successo a un anno supera addirittura il 50% (fermandosi al 50,3%), scende al 33,5% a tre anni per poi assestarsi al 18,5% a dieci anni.
Interessante notare come, a dispetto delle maggiori commissioni, la performance ponderata sia pressoché identica: -0,4% per gli attivi, -0,3% per i passivi. E per i bond corporate in euro? Qui anche nel lungo periodo i gestori riescono ancora a mantenere buoni livelli di successo, con tassi di successo che arrivano sopra il 45%. (riproduzione riservata)