Gli Etf hanno ormai superato la soglia dei 25 anni in Europa e si sono imposti come uno degli strumenti di risparmio gestito più gettonati da investitori individuali e non solo. Nati come veicolo soprattutto per consulenti e intermediari, oggi sono sempre più presenti anche nei portafogli istituzionali, grazie alle loro caratteristiche peculiari: trasparenza, liquidità e, negli ultimi anni, accesso a segmenti di mercato altrimenti complessi da raggiungere.
Il colosso degli investimenti State Street, partendo da queste considerazioni, ha provato a tracciare le tendenze future dell’industria, parendo da un assunto: sta per arrivare, in Europa e più in generale nel mondo occidentale, un passaggio generazionale epocale. E le nuove generazioni chiederanno sempre più questi strumenti finanziari.
Il fenomeno ha assunto una dimensione globale. Oggi, spiegano l’head of intermediary clients coverage Europe Matteo Andreetto e il global Etf product specialist Frank Koudelka, nel continente ci sono oltre 3 mila Etf, per un patrimonio totale che sfiora i 7 mila miliardi di dollari.
A spingere la crescita ci sono i fattori demografici. Nei prossimi 20 anni, sottolineano gli esperti, circa 35 mila miliardi di dollari passeranno di mano dai Boomer ai Millennials e alla Gen Z (i nati dagli anni Ottanta ai Duemila). «Una generazione che ha già dimostrato un approccio molto diverso: il 76% possiede Etf, contro il 45% delle generazioni precedenti, e il 98% delle transazioni avviene in digitale. Un cambio epocale che ridisegnerà l’industria».
La Germania, evidenziano da State Street, rappresenta il laboratorio più avanzato di questa trasformazione. Negli ultimi anni una serie di modifiche normative ha favorito la nascita di decine di broker digitali (si pensi, tra gli ultimi ad aver ottenuto la licenza bancaria, a Scalable Capital e Trade Republic) e l’espansione dei piani di risparmio in Etf, spesso esentasse. Il risultato, osservano gli esperti, «è stato un boom senza precedenti: il mercato tedesco cresce al ritmo del 50% annuo da cinque anni e oggi l’85% degli asset confluiti in questi piani è interamente investito in Etf».
Il boom degli Etf, continuano Andreetto e Koudelka, è stato favorito anche dal loro comportamento nei momenti di crisi. «Durante la pandemia, nel marzo 2020, si sono rivelati strumenti cruciali di liquidità in segmenti obbligazionari illiquidi, diventando veri e propri mini-future completamente finanziati. Da allora la loro adozione si è allargata a fondi pensione, banche centrali e governi, confermandone il ruolo sistemico».
Negli ultimi anni poi stanno emergendo nuove frontiere del mercato: a cominciare dagli Etf attivi, fondi quotati (come quelli passivi) ma costruiti attivamente da un gestore. «In Europa il segmento vale ancora solo il 3% del mercato, ma il trend è chiaro: già ad agosto il 13% dei flussi è confluito in prodotti attivi», sottolineano gli esperti. «E i wealth manager sembrano pronti a seguirne l’evoluzione: quattro su cinque li utilizzano già e l’85% prevede di incrementarne l’allocazione».
Un’altra strada che le società di gestione stanno sempre più percorrendo riguarda il reddito fisso attivo, «dove la ricerca di rendimento rende più interessante la gestione non passiva». E poi ci sono i mercati privati: «il 53% dei wealth manager europei intende aumentare l’esposizione al private equity e il 48% al private credit, con la liquidità come sfida principale: negli Stati Uniti è già stato lanciato un Etf sul private credit, mentre in Europa cresce l’attesa di soluzioni analoghe», evidenziano i money manager.
Anche la finanza digitale gioca un ruolo importante. «L’interesse per gli Etf legati alle criptovalute è esploso, con bitcoin ed ethereum in prima fila e nuove monete digitali in arrivo. Al tempo stesso si sperimenta la tokenizzazione, sia di Etf esistenti sia di portafogli creati direttamente su blockchain, aprendo scenari di distribuzione più capillare e flessibile». (riproduzione riservata)