Le grandi rivoluzioni si possono cogliere in anticipo, guardando i piccoli dettagli sparsi nel quadro d’insieme. Girando per gli stand del Salone del Risparmio di Milano, la tre giorni di Assogestioni che ormai è un punto di riferimento in tutta Europa per l’industria del gestito, sia Amundi sia Blackrock, rispettivamente il più grande asset manager europeo e mondiale, si rivolgevano alla platea di consulenti parlando di Etf. Amundi aveva la parola anche nel nome dello stand, Blackrock in una dettagliata brochure in cui sponsorizzava la gamma iBonds Etf (non è certo casuale che si parli di bond a un pubblico italiano).
Se si considera che la rassegna milanese è, in prima istanza, un punto di contatto tra gestori e consulenti finanziari, cioè le persone che materialmente vendono i fondi ai clienti finali, il messaggio è chiaro: le case di gestione vogliono captare un’esigenza sempre più forte dei risparmiatori italiani, quella di prodotti di investimento che facciano attenzione anche all’elemento dei costi.
Che in Europa, e in Italia nello specifico, ci sia un tema legato ai costi dei prodotti di investimento non è certo una novità. Morningstar ha visto come i fondi comuni azionari venduti in Italia siano i più cari al mondo, con quelli domiciliati nel Paese che superano il 2%. E questo perché, spiega il rapporto, «i prodotti di investimento non sono facilmente accessibili agli investitori al dettaglio, dal momento che l’industria della distribuzione è dominata dagli intermediari bancari».
Il tema è tanto più impellente nel momento in cui a sfidare l’industria del risparmio gestito ci si mette anche il ministero dell’Economia, con il Btp Valore (la quarta emissione è stata annunciata proprio il giorno in cui finiva il Salone) ad alto rendimento, basso costo e buon beneficio fiscale. Risultato: lo scorso anno dal gestito sono defluiti quasi 50 miliardi di euro (dati Assogestioni), mentre nelle sole tre edizioni di Btp Valore ne sono confluiti 53.
Gli Etf, a questo punto, diventano un valido alleato per case di gestione e reti. Anche se l’Italia e l’Europa in questo mercato sono ancora indietro rispetto agli Usa. Lo ha detto anche Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni, a MF-Milano Finanza: «L’idea della globalizzazione a ogni costo ci ha fatto rimanere indietro, come Europa, sotto molti ambiti. Ad esempio gli Etf: sono stati delegati agli Stati Uniti, e le case europee che provano a inseguirli sono poche e in ritardo».
Certo, non è mai troppo tardi: anche perché all’investitore individuale poco importa se il prodotto arriva da Vanguard, da Blackrock o da una casa europea o italiana. Quel che è certo è che il beneficio in termini di costo è notevole: la società di consulenza EY ha calcolato che il costo medio (total expense ratio) dei fondi azionari oscilla tra l’1,7 e il 2%, contro la forchetta 0,15-0,4%, a cui si sommano le commissioni di negoziazione, degli Etf azionari. Per quelli obbligazionari la spesa è ancora minore e oscilla tra lo 0,1 e lo 0,3%.
Questo significa che un Etf è sempre preferibile a un fondo comune? Dipende. In primis dal tipo di investitore: per un piccolo risparmiatore che si affaccia al primo investimento azionario, magari l’attenzione ai costi è la priorità assoluta. Non va poi dimenticato che in generale gli Etf passivi (quelli che replicano un indice senza intervento attivo del gestore) tendono a sovraperformare i fondi attivi quando il mercato va bene e su orizzonti di lungo periodo.
La storia del passato insegna però che una buona gestione attiva dei fondi può davvero fare la differenza. Non tanto su prodotti di investimento generalisti (ed esempio, un fondo sui titoli dell’indice S&P 500 americano), quanto piuttosto su nicchie che possono dare belle soddisfazioni a livello di rendimento. Al Salone di Milano lo ha spiegato Luca Gabriele Trabattoni, country head Italy di Ubp: «La redditività dell’asset management è molto importante, ma noi dobbiamo giocare bene le nostre carte: dobbiamo proporre soluzioni che non si trovano altrove, altrimenti consulenti e clienti finali non ci trovano e non ci comprano». Insomma, «non conta solo il prezzo, ma anche e soprattutto la soluzione proposta: bisogna investire in nicchie, soluzioni in cui altri non sono arrivati».
Il settore delle reti di consulenza, che è a diretto contatto con la clientela finale, il tema dei costi lo conosce molto bene. Al contempo, l’industria deve fare i conti con la necessità di mantenere i margini elevati, anche alla luce della crescente pressione normativa. Una soluzione sempre più adottata dalle reti è quella di applicare costi unici di consulenza a parcella, che includono una serie di servizi che oltre la tradizionale gestione patrimoniale. Ad esempio attività di advisory sul patrimonio immobiliare e artistico, assistenza ai clienti imprenditori in caso di operazioni straordinarie, gestione dei passaggi generazionali. Insomma, le reti stanno diventando sempre più private bank, nelle forme e nei contenuti. «Se proponiamo al cliente una consulenza olistica, affiancando vari servizi alla gestione patrimoniale, non faremo fatica a giustificare i costi», ha detto al Salone Mario Ruta, vice direttore generale di Allianz Bank Financial Advisors. «Un cliente con un servizio olistico è meno attento al costo della gestione finanziaria».
Per ora la raccolta netta sta premiando il settore del private banking. «Il settore sta crescendo, e di riflesso tutti stiamo crescendo», ha detto Fabio Cubelli, condirettore generale di Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking. «Se calano i margini è importante che crescano le masse; al contempo, non possono esserci consulenti con portafogli inadeguati o gestiti in modo inefficiente: servono sempre più grandi professionisti che veicolino al contempo qualità e quantità».
Un modello che negli ultimi mesi ha fatto molto parlare di sé è quello di Mediobanca Premier, la divisione di Piazzetta Cuccia dedicata ai grandi patrimoni. «Incrementare le masse medie in portafoglio per far fronte alla contrazione dei margini», ha sottolineato al Salone il direttore centrale della rete di financial advisor, Duccio Marconi, «non basterà a garantire la sostenibilità per ciascun consulente». La soluzione? «Ampliare la sfera del business, rafforzando una consulenza patrimoniale personalizzata che si estenda anche alle imprese e agli imprenditori con competenze e servizi che vadano oltre la mera gestione del portafoglio finanziario». Un approccio, ha aggiunto, «coerente con il modello di servizio al centro di Mediobanca Premier, oggi sinergico con i servizi offerti dalla divisione Corporate & Investment Banking».
Infine il tema dei costi si intreccia a doppio filo con la rivoluzione tecnologica in atto. «Per far fronte ai margini in calo», ha spiegato Marco Bernardi, vicedirettore generale di Banca Generali, «un’altra leva su cui stiamo lavorando è quella tecnologica: in alcuni ambiti, come ad esempio l’asset allocation, la tecnologia può dare un supporto considerevole».
Il manager ha quindi parlato delle commissioni di retrocessione sui fondi, che la Commissione Ue aveva pensato di abolire lo scorso anno. «Una forma di remunerazione diversa dovrà presto essere presa in considerazione e questo sarà un problema non tanto per noi ma per gli operatori bancari e finanziari di piccole dimensioni. Noi abbiamo tutti i servizi internalizzati, ci cambia poco o nulla». (riproduzione riservata)