Warren Buffett raramente sbaglia un colpo e quando la sua holding Berkshire Hathaway compra o vende qualcosa i riflettori di tutto il mercato si accendono su quella mossa. Ha destato quindi un certo scalpore che, all’inizio di quest’anno, tra le partecipazioni dell’Oracolo di Omaha comparissero ben due Etf passivi, uno di State Street e uno di Vanguard, entrambi sull’indice S&P 500 americano. Con quote minime, certo: circa 20 milioni di dollari l’una, ma tanto è bastato a far gridare in molti al paradosso. Il più grande gestore attivo di sempre che compra Etf, un po’ come se la paladina ambientalista Greta Thunberg viaggiasse in jet privato.
Eppure, per chi è più avvezzo al pensiero del super-gestore del Nebraska questa mossa è tutt’altro che paradossale: Warren Buffett, inguaribile ottimista sul mercato americano (anche se poco prima dell’elezione di Donald Trump è rimasto alla finestra con 325 miliardi di liquidità), crede che il modo migliore per partecipare alla sua crescita sia farlo tramite indici sullo S&P 500, abbattendo i costi ed evitando di sfidare il mercato. Una sfida che, per chi non si chiama Warren Buffett e di mestiere non fa l’investitore di professione, può essere molto difficile da vincere.
L’Oracolo di Omaha è (si fa per dire) in buona compagnia. La ricerca People & Money condotta da BlackRock ha svelato che gli italiani che possiedono Etf sono 2,2 milioni, e si prevede una crescita del 35% degli utilizzatori di fondi-indice nei prossimi 12 mesi. Quasi due intervistati su cinque che non detengono attualmente alcun investimento potrebbero iniziare proprio con i replicanti, prosegue l’indagine, che individua in 2,1 milioni di persone il bacino di non investitori propensi ad affacciarsi per la prima volta al mondo degli investimenti. Un’ottima notizia per Luca Giorgi, head of iShares and wealth BlackRock Southern Europe: «Le nuove generazioni di investitori prediligono l’utilizzo di strumenti come gli Etf e guardano sempre più al canale digitale per compiere i primi passi nel mondo degli investimenti. Riteniamo che questa democratizzazione consentirà a un numero ancora maggiore di persone di accedere a strumenti finanziari efficienti, promuovendo anche l’inclusione finanziaria».Prendendo come riferimento tutta Europa, Hanetf ha calcolato in 2.260 miliardi di dollari le masse complessive di Etp (inclusi quindi i fondi quotati su materie prime e criptovalute), circa il 17% di quelle mondiali, con una raccolta da inizio anno di quasi 180 miliardi di dollari.
Nati come strumenti complessi al servizio degli investitori professionali che sapessero maneggiare il fai-da-te, oggi gli Etf, complice il boom delle piattaforme di trading, sono diventati l’esatto opposto: il prodotto di investimento alla portata di tutti per antonomasia. Il tema centrale è naturalmente quello dei costi: essendo di fatto copia-incolla di indici di mercato gli Etf non richiedono il lavoro di ricerca e selezione dei titoli, e quindi sono molto più economici delle loro controparti attive.
Il broker regolamentato Scalable Capital, guidato in Italia dal banker ex Goldman Sachs Alessandro Saldutti, ha simulato per MF-Milano Finanza due scenari di investimento, uno in unica soluzione e uno tramite piano di accumulo, fatti rispettivamente tramite fondi con costi al 2% ed Etf allo 0,2%. Come orizzonte temporale è stato preso un investimento di lungo periodo, a 20 anni, e come tipologia di portafoglio un bilanciato 60% azioni e 40% obbligazioni con rendimento lordo annuo del 7%, media storica delle performance passate (quelle future, va da sé, non sono prevedibili né per i fondi né per gli Etf).
Nel primo caso, l’investimento unico da 50.000 euro, l’Etf porterebbe quasi a quadruplicare l’importo iniziale, 186.378 euro, mentre il fondo comune si fermerebbe a 132.665 euro (-28%). I costi, insomma, starebbero mangiando ben 53.713 euro. Se invece si considera un piano di accumulo da 300 euro al mese – la soluzione preferita da giovani o chi ha comunque una minore disponibilità economica nell’immediato – il rendimento sarebbe di 149.666 euro per gli Etf e 122.237 per i fondi: solo i costi avrebbero rosicchiato 27.428 euro (-18%). E questi calcoli, va ricordato ancora, partono dall’ipotesi di parità di performance. Molto complesso, numeri alla mano: secondo quanto stimato da Standard & Poors il 90% dei fondi attivi non riesce a battere il suo benchmark di riferimento. Morale: o si azzecca un fondo all’interno di quel 10% oppure accontentarsi di eguagliare il mercato con un indice può essere la soluzione ottimale anche in termini di performance.
Per un Etf, d’altro canto, il rendimento non è il parametro principale da considerare al momento della scelta. Basta guardare quanto ha reso l’indice di riferimento e aspettarsi un numero uguale o comunque molto simile. Se la performance è molto diversa dal benchmark allora significa che il tracking error è elevato e quell’Etf per qualche ragione è poco efficiente. Altri parametri chiave nella scelta dei fondi-indice riguardano poi la loro liquidità, perché essendo quotati possono essere comprati e venduti esattamente come se fossero delle azioni o dei bond.
E poi, ovviamente, ci sono le commisioni. La tabella in basso censisce, con dati estrapolati dal portale Justetf, i 10 giganti degli Etf Ucits (acronimo che indica il passaporto Ue di questi prodotti) per masse in gestione, espresse in euro. Ben cinque di questi fondi hanno come sottostante l’indice S&P 500 americano, lo stesso in cui investe Warren Buffett con le sue partecipazioni passive: sono di fatto prodotti fotocopia tra loro, hanno differenze di costo minime (Total Expense Ratio tra lo 0,05% e 0,07%), e che si differenziano solo per le loro politiche di distribuzione: se ad accumulazione vuol dire che reinvestono i dividendi generati dalle partecipazioni, se a distribuzione che li distribuiscono agli investitori. A fare compagnia a questi Etf sulle borse Usa, che fanno capo rispettivamente a BlackRock-iShares, Vanguard e Invesco, ci sono due Etf sulle azioni globali, uno su quelle emergenti e due sull’oro fisico, con costi che oscillano tra i 12 e i 20 punti base. Profili di spesa davvero convenienti se si considera che gli investitori italiani si trovano ancora a fronteggiare i costi dei fondi più alti al mondo, stimati da Morningstar nell’ordine del 1,9% mediano per i comparti azionari.
E non finisce qui: c’è anche chi ha profili di spesa ancora più economici. State Street, ad esempio, ha ormai da un anno abbassato il Ter dei sui Etf sull’S&P 500 in una range tra i 3 e i 5 punti base (per il prodotto con copertura del rischio di cambio in euro). Anch’essa un colosso del settore, la società americana gestisce con il suo replicante sul principale indice americano 18,5 miliardi di euro di masse, divise nelle sue tre classi di azioni.
Il boom degli Etf in Italia, come già è stato accennato, va a braccetto con le piattaforme, strumenti prediletti soprattutto dai giovani investitori. Scalable Capital per esempio ha rilevato che tra i suoi iscritti under 35 i tre quarti del loro portafoglio è composto da prodotti passivi. Mentre BlackRock, nella sua ricerca People & Money, ha calcolato che l’80% dei Millennials e Gen Z (di fatto chi ha tra 18 e 34 anni) utilizzano piattaforma digitali per acquistare questi prodotti.
Una bella sfida per la consulenza tradizionale, che si trova sempre più in difficoltà nel proporre prodotti di investimento ad alto costo (comprese le commissioni di retrocessione). Il problema che le reti devono affrontare è quindi duplice: da una parte alzare l’asticella dei servizi ad alto valore aggiunto per la clientela più facoltosa. Dall’altra spostare il modello di remunerazione verso la consulenza su parcella (si paga un servizio, non una commissione su un prodotto) che, va da sé, consente di proporre alla clientela anche prodotti a basso costo ed efficienti, come gli Etf appunto.
Non è quindi un caso che Fideuram, la private bank del gruppo Intesa Sanpaolo, abbia da poche settimane lanciato i suoi primi Etf fatti in casa: tre azionari generalisti su borse americane (più uno con copertura del rischio di cambio), europee e mondiale, e tre obbligazionari sui bond sovrani dell’area euro su scadenze corte, medie e medio-lunghe. Prodotti che, nell’idea del condirettore generale della private bank, Gianluca Serafini, possono costituire «la base per costruire un portafoglio bilanciato, sia sul fronte azionario che obbligazionario, con un orizzonte di medio-lungo termine». D’altronde in Italia, a differenza del Nord Europa, la penetrazione degli Etf non è ancora altissima e quindi oltre un terzo degli investitori, calcola BlackRock, tende a rivolgersi ai consulenti anche per questi strumenti. Nel Regno Unito, dove il 70% degli investitori usa replicanti passivi, il mercato è quasi interamente presieduto dalle piattaforme.
Mentre la consulenza cerca di vincere la sua sfida per portare gli Etf anche nei portafogli evoluti e non farsi mangiare il mercato dalle piattaforme l’offerta si fa sempre più articolata. Prova evidente è il boom degli Etf attivi, ibridi tra gli indici passivi e i fondi comuni, che hanno raggiunto in Europa quota 49 miliardi di masse, il doppio rispetto a fine 2023. E poi c’è tutto l’universo dei prodotti tematici e geografici, per il quale vale un semplice principio: qualunque indice esista (o si possa costruire) può essere la base per un Etf. Solo negli ultimi giorni, per fare un esempio, Franklin Templeton ha lanciato un prodotto Ucits sul mercato azionario dell’Arabia Saudita, per consentire agli investitori di esporsi (con costi dello 0,39%) alle large e mid cap della petro-monarchia araba.
Per chi volesse fare un giro anche nel mercato statunitense ce n’è davvero per tutti i gusti: la startup Intelligent Alpha ad esempio ha da poco messo a punto l’Omaha Etf, che replica il portafoglio di Warren Buffett. Mentre Point Bridge ha dato vita all’America First Etf (ticker Maga), un prodotto attivo che seleziona all’interno dello S&P 500 le società più vicine ai Repubblicani di Donald Trump. Lo slogan? «Impara come portare i tuoi valori di investimento Repubblicani nella vita». (riproduzione riservata)