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Riassetto Tim: chi si rivede? La vecchia Sip pubblica
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Riassetto Tim: chi si rivede? La vecchia Sip pubblica

di Fabio Pavesi
31 marzo 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 01 aprile 2025, 17:59

Dopo l’ingresso come primo socio del gruppo guidato da Matteo Del Fante, viene facile chiamare Sip, cioè Società Italiana Poste, il nuovo assetto di Tim

Sono riusciti nell’impresa, dal sapore anacronistico, di riesumare l’antica Sip del secolo scorso. Viene infatti facile chiamare Sip, cioè Società Italiana Poste, il nuovo assetto di Tim dopo l’ingresso come primo socio al 24,8%, del gruppo pubblico guidato da Matteo Del Fante. Poste di fatto ha scalzato - rilevando prima il 9,8% (dando in cambio a Cdp la sua quota in Nexi) e poi il 15% direttamente da Vivendi - l’ingombrante presenza dei francesi che per un decennio hanno governato senza mai innescare rinascita del gruppo tlc, gravato da oltre 25 miliardi di debito. E che solo con la cessione della rete, contestata dai francesi, ha potuto la maxi-esposizione. Il gruppo di Bolloré porta a casa definitivamente una perdita record da 3 miliardi in degli investimenti più fallimentari della sua storia.

Al di là dei calembour, il nuovo assetto di Tim riporta indietro l’orologio di oltre 25 anni. Con l’operazione avallata dal governo Telecom torna pubblica. Non che sia un male se rapportato alla traversata nel deserto della privatizzazione dei cosiddetti capitani coraggiosi del 1999 che aveva zavorrato il gruppo, allora in salute, con una mole di debiti tale da stoppare sul nascere ogni velleità futura di crescita e redditività.

Fine di una storia che nessuno rimpiange

Ma non è detto che la nuova avventura sotto l’egida dello Stato - tramite Poste, che è posseduta al 64% da Cdp e Mef - possa essere un’alternativa valida.Lo Stato, via Poste, entra in Tim, che ora è una società commerciale come tante altre. Alla stregua dei diretti concorrenti, come Iliad e Fastweb-Vodafone. Senza la rete ceduta agli americani di Kkr la valenza strategica di Telecom per il Paese è venuta meno. Avrebbe avuto molto più senso la permanenza dello Stato nell’asset infrastrutturale, quello sì strategico, dato che da lì passano dati e comunicazioni degli operatori di mercato e ovviamente dati sensibili anche per ragioni pubbliche e di sicurezza.

Invece è accaduto il contrario. Lo Stato ha ceduto la rete agli americani, che ovviamente pretendono un ritorno dall’investimento più che ricco, che potrà significare tariffe più alte e investimenti tenuti più bassi possibili per alzare la remunerazione del capitale investito. Non si spiega invece il ruolo pubblico in una società che non ha più valenza strategica per il Paese, essendo ormai un operatore di mercato nei servizi di telecomunicazioni come altri.

Il peso della politica

Le ragioni del nuovo cappello pubblico di Telecom a questo punto sono squisitamente politiche. Il prezzo di Tim in borsa è talmente basso che i singoli asset, dalle attività in Brasile alla divisione imprese, valgono assai di più dell’intero conglomerato. Un’occasione ghiotta per i fondi d’investimento per fare un bello spezzatino ed estrarre il valore oggi occultato.

L’interesse del fondo Cvc non era campato per aria e di fronte al pericolo di un break-up di Telecom ecco che il governo ha reagito con una mossa del cavallo. Far fuori con Poste gli scomodi francesi di Vivendi, prendere tutto il loro posto come socio di riferimento per poter avere parola su ogni possibile opzione di riassetto.
Anche perché tutti, dagli operatori agli osservatori, sanno che il settore tlc in Italia o si consolida o muoiono tutti. La torta dei ricavi si va rimpicciolendo sempre più, data la fortissima concorrenza sui prezzi in uno dei mercati in Europa più affollato sul fronte dell’offerta. Con la fusione Fastweb-Vodafone gli operatoti sono rimasti in quattro: la stessa Telecom, Iliad, Fastweb-Vodafone e WindTre. Ancora troppi per resuscitare un mercato che negli anni ha certamento favorito i consumatori ma a discapito della sopravvivenza economica degli operatori.

Basta scorrere i bilanci degli attori del mercato per accorgersi che la difesa dei margini di profitto si gioca ormai solo con tagli dei costi, a cui però c’è un limite. Il mercato e gli analisti sanno che avrebbe molto senso industriale e finanziario una fusione di Tim con Iliad, che sta crescendo e aveva già mirato a Vodafone Italia, finita a Fastweb. Con i francesi di Iliad le sinergie di costo, ma anche di ricavi, sarebbero notevoli. Ma evidentemente il governo non vuole che il risiko tlc avvenga fuori dal suo controllo. La presenza di Poste infatti inibisce l’assalto di Cvc ma non le eventuali nozze con Iliad.

Il valore dall’investimento in Telecom

Fino ad allora però c’è da chiedersi quanto Poste può estrarre valore dall’investimento in Telecom. In fondo tra scambio su Nexi con Cdp e acquisto da Vivendi del 15% del capitale il gruppo Poste ha messo sul piatto 850 milioni di euro. Soldi di una partecipata pubblica immessi nel mercato delle tlc che non è strutturalmente un investimento ad alta remunerazione. Certo, ci saranno sinergie: basti pensare a Poste Mobile e ai servizi di pagamento per un gruppo che ormai spazia dal risparmio gestito alle assicurazioni, dal mercato dell’energia alle telecomunicazioni appunto.

Se c’è una partecipata pubblica che poteva tirar fuori 850 milioni per investire in Telecom quella era proprio Poste, i cui conti volano: ricavi per quasi 13 miliardi, utili netti per 2 miliardi e altrettanti come cassa liquida disponibile. Poste è anche l’unico gruppo di cui lo Stato (che ne detiene il 64% tra Cdp e Mef) può permettersi di mettere sul mercato, quando e se servirà, quote importanti da valorizzare. Vendere un 14%, senza compromettere il controllo pubblico, significherebbe incassare 3 miliardi. Un ricco forziere: sarà poi il futuro a dire se l’investimento in Tim sarà remunerativo. (riproduzione riservata)



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