Dopo 35 anni il petrolio fuoriuscito dalla Exxon Valdez inquina ancora le coste dell’Alaska. Era il 24 marzo 1989 quando la petroliera del colosso statunitense Exxon colpì la barriera corallina e riversò in mare 750 mila barili di greggio, compromettendo un intero ecosistema. Il peggior disastro petrolifero della storia sarebbe arrivato anni dopo, nel 2010, con l’esplosione della piattaforma di perforazione offshore Deepwater Horizon di Bp, nel Golfo del Messico: 100 interminabili giorni vedendo finire in mare l’inimmaginabile quantitativo di 4,9 milioni di barili.
Ma l’incidente dell’Exxon Valdez di 35 anni fa resta fissato nella memoria storica dell’oil&gas, perché da quel giorno nulla è stato più come prima. In altre parole, è stato segnato un punto di svolta nell'industria petrolifera mondiale, scatenando una serie di cambiamenti sia nell'approccio alla sicurezza che nell'atteggiamento verso l'energia fossile.
L’impatto sull’opinione pubblica ha spinto a rivedere tutti i requisiti di sicurezza delle petroliere, fino a convincere il Congresso Usa a emanare l’Oil Pollution Act, meglio noto come «chi inquina paga». Exxon in realtà, avrebbe dovuto sborsare 5 miliardi di dollari, ma ha finito per cavarsela con una sanzione ridotta a un miliardo, dopo quasi 20 anni di processi e ricorsi. Ben più esorbitante, 20 miliardi di dollari, il conto per la Deepwater Horizon. Disastri, contenziosi e multe miliardarie per danni ambientali, però, non sono riusciti a spodestare i combustibili fossili. Alle pressioni green, l’industria ha risposto con innovazioni tecnologiche, investimenti per ridurre le emissioni inquinanti, adesione ai criteri Esg. Persino oggi, nel decennio della transizione energetica, il settore oil & gas è più vivo che mai, e pur con un occhio alla sostenibilità, le grandi compagnie petrolifere continuano a esplorare e produrre, presidiando i giacimenti.
I dati di mercato evidenziano lo stato di salute del settore. Secondo le stime di Jp Morgan Commodity Research, riprese da Seeking Alpha, nel 2024 i produttori globali di petrolio toccheranno un record di 37 miliardi di barili, 2 miliardi di barili in più rispetto al picco precedente di 35 miliardi raggiunto nel 2014. Vuol dire una produzione giornaliera di oltre 100 milioni di barili.
Il sorpasso, oltretutto, avverrà a un minor costo. «I produttori di petrolio e gas hanno ridotto la loro spesa annuale di capitale del 20% nei dieci anni dal 2014, pur riuscendo a mantenere una crescita della produzione media simile a quella dei nove anni precedenti, dal 2006 al 2014», si legge nel report. La spesa globale per l'esplorazione e produzione di petrolio e gas, infatti è attesa a 555 miliardi di dollari nel 2024, sommando i dati di 140 aziende quotate. La cifra stimata per quest’anno rappresenta un incremento dell'85% rispetto ai livelli di 300 miliardi di dollari del 2020.
La crescita della produzione sarà guidata da un aumento del 58% anno su anno nelle perforazioni offshore in acque profonde, che contribuiranno con 6 miliardi di barili di petrolio quest'anno, un altro record considerando il tipo di produzione. Tra i produttori di petrolio, ricorda Seeking Alpha, le grandi compagnie petrolifere internazionali come Bp, ExxonMobil, Eni, Chevron, Shell e TotalEnergies hanno previsto un aumento del 4% della loro spesa per l'esplorazione e produzione di petrolio nel 2024, puntando a 71 miliardi di dollari rispetto ai 69 miliardi di dollari spesi nel 2023.
In particolare, il maggior produttore statunitense di petrolio e gas, Exxon prevede una spesa totale annuale per investimenti e spese di esplorazione di 23 - 25 miliardi di dollari nel 2024 e di 22 miliardi - 27 miliardi di dollari all’anno nel periodo 2025-27. Per Chevron gli investimenti saliranno a 16 miliardi di dollari nel 2024, in aumento del 14% rispetto all'anno precedente.
I dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia incoronano di nuovo gli Stati Uniti, che per il sesto anno consecutivo si confermano i maggiori produttori mondiale di petrolio, con una media di 12,9 milioni di barili al giorno. Stando ai numeri di marzo 2024, questo stato di salute dell’oil & gas si riflette anche sul mercato azionario. Il settore energetico dell'S&P 500 Energy Sector, che raccoglie i titoli petroliferi, ha registrato una crescita del 9,9% dall'inizio dell'anno.
Sta cambiando anche la percezione degli investitori istituzionali, che hanno modificato il loro approccio facendo la tara tra ambientalismo a ogni costo e realtà del mercato. Non sorprende perciò la recente uscita da Climate Action 100+ di nomi altisonanti come Blackrock, il più grande asset manager al mondo, la stessa Jp Morgan Asset Management e State Street Global Advisors.
Lanciata nel 2017, Climate Action 100+ è la più grande iniziativa al mondo guidata dagli investitori, incentrata sul coinvolgimento di 170 dei maggiori emettitori di gas serra aziendali per ridurre le emissioni, migliorare la governance e rafforzare le informative finanziarie relative al clima.
Ormai quasi un anno fa, a giugno 2023, ha lanciato la sua strategia di fase due, che durerà fino al 2030, per ampliare le modalità di partecipazione degli investitori e incoraggia le aziende ad attuare piani d'azione per la transizione climatica, descrivendo in dettaglio come raggiungeranno gli obiettivi principali.
Ma gli obiettivi, ritenuti fin troppo sfidanti, devono fare i conti con le defezioni, e anche con un’ostilità sempre più evidente. Basti pensare alla reazione di molti deputati repubblicani, che negli Usa hanno salutato l’uscita di Jp Morgan e State Street come una «grande vittoria per la libertà e l’economia americana». (riproduzione riservata)