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Federico Carli
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Produttività in stallo e talenti in uscita: l’Italia deve reagire. Ecco quali strade percorrere

di Federico Carli* e Giulia Bonomo**
08 maggio 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:24

Innovazione, capitale umano e coesione territoriale sono le chiavi per trattenere i talenti in Italia, creando opportunità di lavoro qualificato e invertendo la tendenza all'emigrazione giovanile

L’Italia continua a laureare migliaia di giovani ma molti di loro scelgono di costruire il proprio percorso professionale all’estero. Secondo il Rapporto Cnel 2025, tra il 2011 e il 2024 oltre 630 mila under 35 hanno lasciato il Paese.

Il presidente del Cnel Renato Brunetta ha definito questo fenomeno una «glaciazione demografica» e uno spreco di capitale umano che rischia di indebolire la capacità di crescita dell’economia italiana.

Il fenomeno è trasversale: quasi la metà proviene dalle regioni settentrionali e più di un terzo dal Mezzogiorno. Nel solo 2024 circa 78 mila giovani si sono trasferiti all’estero, generando una perdita netta di 61 mila unità. Questa emorragia di capitale umano ha un costo elevato: gli analisti stimano che l’Italia abbia perso circa 159 miliardi di euro in investimenti formativi.

Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha ricordato che un laureato tedesco guadagna mediamente l’80% in più di un coetaneo italiano; il divario con la Francia è del 30%. Non sorprende quindi che circa un decimo dei giovani laureati abbia scelto l’estero negli ultimi anni.

Cosa insegna il London Consensus-Economic Principles for the 21st Century

Per comprendere e affrontare la fuga dei cervelli non basta enumerare i dati: è essenziale interpretare le forze che trasformano il mercato del lavoro. Lo ricorda il volume The London Consensus-Economic Principles for the 21st Century, edito da Lse Press e curato da Tim Besley, Irene Bucelli e Andrés Velasco, che convoca oltre 50 esperti per rimettere mano ai principi economici di fronte a clima, disuguaglianze, rivoluzione dell’intelligenza artificiale e minacce alla democrazia liberale.

Nel capitolo Labour markets and the future of work, il Nobel Christopher Pissarides sottolinea che la tecnologia crea lavori migliori ma ne cancella altri; non si difende l’occupazione congelando il presente, bensì accompagnando la transizione verso ruoli più qualificati. Imprese e governi devono dunque offrire «buoni posti di lavoro», investire nella riqualificazione, eliminare le barriere alla mobilità e sostenere i lavoratori con formazione e protezione sociale. Applicata all’Italia, questa prospettiva rivela come l’esodo di laureati sia il sintomo di un mercato del lavoro che fatica ad adattarsi ai nuovi paradigmi tecnologici e di territori incapaci di offrire opportunità diffuse.

Quali direttrici seguire per risollevare giovani, lavoro e crescita

Invertire la tendenza non richiede un decalogo di slogan, ma una strategia fondata su innovazione, capitale umano e coesione territoriale.

Primo: rilanciare ricerca e sviluppo. Robotica, intelligenza artificiale e transizione verde non sono parole d’ordine, ma campi dove l’Italia può generare occupazione qualificata e salari più elevati grazie a investimenti pubblici e partnership tra università e imprese che costruiscano poli d’eccellenza anche nel Mezzogiorno.

Secondo: definire un nuovo patto formativo e retributivo. L’assenza di un salario minimo nazionale e di sistemi premiali penalizza i giovani: servono riforme che riconoscano la produttività e il valore del capitale umano, affiancate da programmi di riqualificazione per tutte le età.

Le imprese devono non solo adottare tecnologie, ma garantire posti di lavoro di qualità e percorsi di crescita.

Terzo: trattenere e attrarre talenti valorizzando i luoghi. Le politiche place based del London Consensus sono un riferimento: infrastrutture digitali, servizi pubblici efficienti e incentivi fiscali alle startup possono trasformare regioni in declino in ecosistemi innovativi.

L’Italia deve competere per studenti e ricercatori stranieri (oggi meno del 5% degli iscritti) e facilitare il rientro dei connazionali con incentivi e procedure agili: solo l’1,9% dei talenti in movimento sceglie l’Italia, e invertire questa cifra è la sfida decisiva. Per l’Italia la posta in gioco non è solo ridurre l’emigrazione giovanile, ma ridefinire il proprio modello di sviluppo. (riproduzione riservata)

*presidente Associazione Guido Carli

**Associazione Guido Carli



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