«È prematuro parlare di recessione basandosi sui soli dati del secondo trimestre». L’economista Carlo Cottarelli smonta gli allarmi sulla crescita italiana. Lunedì l’Istat ha evidenziato un rallentamento del pil tra aprile e giugno (-0,3%), con l’Italia ultima tra i big europei. Per Cottarelli, però, la sostanza è un’altra: «La media dei primi due trimestri dell’anno mostra che il Paese viaggia più o meno alla stessa velocità della media europea».
Domanda. L’obiettivo indicato nel Def (+1%) è a rischio?
Risposta. È una questione di decimali: se non cresceremo dell’1% arriveremo allo 0,9% o 0,8%. Per farlo basta mantenere il tasso medio che abbiamo avuto negli ultimi 3-4 trimestri. Certo, il quadro cambierebbe se la discesa del pil continuerà anche nel terzo e quarto trimestre. E da questo punto di vista sono già emersi dei fattori di rischio.
D. Quali?
R. Le difficoltà della Germania potrebbero ripercuotersi sulla nostra industria, che ha legami stretti con quella tedesca nella fornitura di semilavorati. Inoltre, i consumi rallentano perché gli italiani risentono dell’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione, che ha ridotto i risparmi. Qui le possibilità sono due: o aumentano i salari o chi vende dovrà smettere di alzare i prezzi, se non ridurli. Altrimenti i consumi si fermeranno.
D. In Europa l’inflazione scende ma resta a livelli alti. Come si muoverà la Bce?
R. Dipenderà dai dati di agosto. Nel complesso il pil dell’Eurozona continua a salire: nella media dei primi due trimestri la crescita è stata dello 0,15%. Inoltre, nella media dell’area euro il secondo trimestre si è rivelato più forte del primo e questo suggerisce che l’economia europea non risente in modo drammatico dell’aumento dei tassi. A differenza degli Usa, che per frenare l’inflazione hanno affrontato dei trimestri di recessione. Quindi, in assenza di segnali di rallentamento dell’inflazione di base è possibile che a settembre la Bce opti per un nuovo rialzo.
D. Per la maggioranza il calo del pil è colpa di Francoforte.
R. I tassi di interesse vengono aumentati apposta per raffreddare l’economia: se aumentano i prezzi, per abbassarli bisogna frenare per forza la crescita. Ecco perché non capisco chi si lamenta per i danni inflitti all’economia dai rialzi dei tassi.
D. Il governo potrebbe fare qualcosa contro l’inflazione?
R. Continuerà a tagliare le tasse sul lavoro, ma per farlo dovrà trovare le risorse. Per ora ci sono solo quattro miliardi a disposizione e devono ancora essere individuati i fondi per confermare i tagli già approvati nel 2022 e nel 2023.
D. Che margini ci sono invece per la manovra?
R. Se il governo vuole trovare nuovi spazi deve procedere a una seria revisione della spesa. Finora i numeri annunciati dal ministro Giorgetti nel Def per la spending review aggiuntiva sono estremamente bassi e ammontano a circa 300 milioni. La cifra può salire nei prossimi anni, ma si tratta comunque di valori molto bassi: in Italia l’ultima revisione seria della spesa risale a 10 anni fa ed è avvenuta sotto la mia guida.
D. Il Pnrr potrebbe spingere il pil e liberare nuovi spazi. Cosa pensa della sua modifica?
R. Prima di tutto non si tratta di cambiamenti enormi perché riguardano soltanto l’8% delle spese, per il 92% il piano rimane uguale. Mi è sembrato sensato concedere più soldi al privato, visto che il pubblico non riesce a spenderli. Mi preoccupano invece le mancate riforme, come la decisione di abbandonare l’obiettivo di ridurre l’evasione del 15% entro il 2024.
D. A proposito. Come valuta la delega fiscale?
R. La parte sulle politiche di tassazione è estremamente vaga perché non indica il numero delle aliquote Irpef, né il loro ammontare. E trovo davvero incredibile delegare una scelta di questo genere al governo perché l’essenza del ruolo del Parlamento è fissare il livello delle tasse. Poi c’è tutta la sfera dell’accertamento e della riscossione: qui mi sembra che si strizzi troppo l’occhio agli evasori. (riproduzione riservata)