La Libia vuole trasformare le sue enormi riserve di petrolio e gas ancora inutilizzate in nuova produzione e cerca capitali internazionali per un piano da decine di miliardi di dollari. A indicare la cifra è Masoud Suleiman, presidente della National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera statale, che in un’intervista pubblicata il 18 agosto dal Financial Times ha quantificato tra 30 e 40 miliardi di dollari il fabbisogno necessario per sviluppare le risorse ferme nel sottosuolo libico.
Non si tratta di investimenti già stanziati, ma della dimensione finanziaria del rilancio progettato dalla Noc. Secondo Suleiman, ci sono più di 60 giacimenti di petrolio e gas già scoperti ma mai entrati in produzione. Se i capitali arriveranno, Tripoli conta di portare l’estrazione di greggio dagli attuali 1,4 milioni a 2 milioni di barili al giorno entro il 2030, superando anche i livelli raggiunti prima della guerra civile.
Dopo la storica assegnazione di 22 licenze alle big oil come Eni, Chevron etc a febbraio 2026, la prima dopo 17 anni, la Libia ha ancora un grande potenzialità: dispone delle maggiori riserve petrolifere accertate dell’Africa, ma da anni non riesce a sfruttarle pienamente. Quanto al gas, il Paese possiede riserve stimate in circa 80 mila miliardi di piedi cubi, ma le esportazioni restano ancora molto inferiori alle potenzialità della rete e la Noc punta a incrementare la produzione e a far crescere i flussi verso l’Europa, Italia compresa, nei primi anni del prossimo decennio.
Alla frammentazione politica tra il governo di Tripoli e le autorità dell’Est legate a Khalifa Haftar si aggiungono però la carenza di risorse pubbliche, le interruzioni della produzione e i problemi di sicurezza.
Anche nei giorni scorsi alcuni attacchi con droni hanno colpito infrastrutture energetiche nell’area di Zawiya, dove si trova una delle principali raffinerie del Paese.
Noc, rimasta finora una delle poche istituzioni riconosciute su entrambi i lati della Libia, guarda quindi ai capitali delle compagnie estere e per rendere finanziabili i nuovi progetti sta valutando anche contratti più vicini al modello delle concessioni: agli investitori verrebbe chiesto di sostenere una parte più ampia dei costi iniziali, ottenendo in cambio condizioni economiche e una durata sufficienti a recuperare l’esborso. Sarebbe un cambio di passo rispetto ai tradizionali accordi di condivisione della produzione, nei quali il peso finanziario resta maggiormente distribuito con la controparte pubblica.
Il nodo resta la capacità di convincere le compagnie a impegnare capitali per periodi molto lunghi in un contesto ancora fragile. Per rafforzare la fiducia degli investitori, Suleman ha annunciato il ricorso a revisori internazionali e una maggiore trasparenza nella gestione della Noc. Sul settore pesano il contrabbando di carburanti, i prezzi interni fortemente sovvenzionati e la difficoltà della compagnia statale a ottenere con regolarità i fondi necessari. Il processo è già cominciato. A giugno la Noc ha firmato gli accordi successivi alla prima gara internazionale per l’esplorazione bandita dalla Libia in quasi 17 anni. Tra gli assegnatari figurano Chevron, Repsol, Türkiye Petrolleri ed Eni (il gruppo energetico con la maggiore presenza in Libia), insieme a QatarEnergy.
A gennaio 2026, Tripoli aveva annunciato un accordo venticinquennale con TotalEnergies e ConocoPhillips, attraverso Waha Oil Company, al quale erano stati associati oltre 20 miliardi di dollari di investimenti e un forte aumento della capacità produttiva. Questa cifra riguarda però un’operazione specifica e non va sommata automaticamente ai 30-40 miliardi indicati ora da Suleiman. (riproduzione riservata)