Il prezzo del petrolio Brent, nella mattinata di mercoledì 14 gennaio si aggira intorno a 66 dollari al barile.
Un dato leggermente in rialzo (+1,3%) rispetto alle 24 ore precedenti e superiore del 10,6% rispetto ai valori di sette giorni prima, segnati dalle proteste in Iran e dal massacro dei civili compiuto dal regime, con Donald Trump che ha promesso un intervento statunitense in favore della popolazione e nuovi dazi del 25% a chi fa affari con il Paese asiatico.
Un andamento, quello del Brent, simile a quello del Wti che, a 62 dollari al barile evidenzia un rialzo nelle ultime 24 ore e negli ultimi sette giorni rispettivamente dell’1,3% e del 10,8%.
Le tensioni geopolitiche delle prime due settimane dell’anno hanno il petrolio come denominatore comune.
Il Venezuela, teatro del raid americano che ha portato alla deposizione di Maduro, è il primo Paese al mondo per riserve petrolifere, con 303 miliardi di barili: un quinto di quelle mondiali.
L’Iran, invece, è molto forte nell’esportazione: si stimano oltre 1,5 milioni di barili al giorno, pari all’1,5% delle forniture globali.
A fronte di un generale sentiment che vede un anno segnato dall’aumento dei prezzi del petrolio, c’è chi guarda al contesto politico-economico in maniera diversa: si tratta di Norbert Rücker, head economics and next generation research di Julius Baer.
L’analista crede che il prezzo del Brent, dai 66 dollari attuali, si assesterà sui 50 dollari al barile per gran parte del 2026. Le ragioni di questa fiducia si spiegano guardando a due fattori: il surplus di mercato e l’interesse di Trump a contenere l’inflazione, soprattutto in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre.
Rücker guarda innanzitutto a cosa può influenzare l’offerta di oro nero. In linea di principio, i conflitti internazionali possono generare interruzione dell’attività petrolifera, ad esempio a causa di danneggiamenti delle infrastrutture: in tal caso, il prezzo del bene aumenterebbe a causa della diminuzione della sua quantità globale.
Secondo l’analista, questo non accadrà. Il motivo è il surplus di offerta di petrolio e una capacità produttiva inutilizzata tra i principali produttori mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita.
Se questa teoria trovasse riscontro nella realtà, la quantità d’equilibrio del bene non varierebbe e anche il suo prezzo non vedrebbe rialzi significativi.
«Se il governo statunitense prendesse in considerazione un intervento, molto probabilmente questo sarebbe accompagnato da garanzie di offerta negoziate», spiega l’analista di Julius Baer.
Anche perché l’altro motivo evidenziato da Rücker riguarda l’impegno che proprio Donald Trump ha preso con i cittadini americani e, in particolare, con i suoi elettori: tenere sotto controllo l’inflazione nel Paese, materia al centro dei conflitti personali e istituzionali che il tycoon intrattiene con il numero uno della Fed, Jerome Powell.
Nell’anno delle elezioni di midterm, importantissimo termometro della reputazione e del sostegno politico del presidente, Trump non ha alcun interesse a far alzare il prezzo del petrolio.
«In un simile contesto, - spiega Rücker - qualsiasi interruzione dell’offerta e quindi qualsiasi picco dei prezzi del petrolio dovrebbe essere di breve durata. Con uno scenario generale che difficilmente subirà cambiamenti, l’Iran non sembra un fattore sufficiente per sostenere in modo duraturo prezzi del petrolio sopra i 65 dollari e rilanciare le attività di trivellazione e produzione di shale oil negli Stati Uniti». L’analista poi conclude: «Prevediamo che i prezzi del petrolio si attesteranno intorno ai 50 dollari Usa per gran parte del 2026, con possibili deviazioni da questo andamento nelle prossime settimane». (riproduzione riservata)