La linea americana sui dazi, che da ultimo registra la minaccia di Donald Trump di introdurre dazi del 200% su vini, champagne e altri alcolici se l'Ue li introdurrà del 50%sull'importazione di whisky, sta producendo, tra gli altri, un effetto poco rilevato: l'Europa non reagisce anche con un'azione per scuotere dal torpore le istituzioni finanziarie globali né pensa di riarticolare le relazioni internazionali, per esempio rivedendo i rapporti con la Cina.
Quest'ultima flessibilità potrebbe rappresentare un fattore riequilibratore con una temperata applicazione della teoria dei «due forni». Del resto Trump e Putin ipotizzano un nuovo ordine internazionale da fondare sul rapporto tra Stati Uniti, Russia e Cina, anche se il presidente americano sembra mirare a uno sganciamento di quest'ultima dai rapporti con Mosca, che sarebbe l'interlocutore privilegiato degli Usa. In effetti, se si tiene anche conto del ruolo crescente dell'India e non si dimenticano i Brics, l'immagine di una futura Yalta non sembra un volo di fantasia.
Ai molteplici dibattiti degli ultimi anni sull'esigenza di un nuovo ordine globale farebbe dunque seguito un'attuazione che può essere l'opposto di quella auspicata. E ciò avviene in un quadro di indifferenza (e di stordimento per l'affermazione elettorale di Trump), mentre ci si limita a sottolineare la violazione del diritto internazionale con le due guerre in corso.
Che fine hanno fatto le maggiori istituzioni internazionali? Qualcuno ricorda l'esistenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio? E il Fondo Monetario Internazionale che fa? Certo, la presenza americana a vari livelli in tali organismi si fa sentire; ma di questi non si è sempre richiesta e apprezzata l'autonomia? In effetti è come se per le guerre, per i problemi dell'energia e della digitalizzazione, per le sfide delle migrazioni e per altri contrasti geopolitici si scoprisse improvvisamente di essere metaforicamente nudi e di non poter fare più affidamento sul diritto e sulle istituzioni internazionali.
Allora ai dazi si risponde con altri dazi in una pericolosa escalation: la damnatio del protezionismo, del mercantilismo e dell'isolazionismo, le lezioni dei grandi filosofi ma anche degli economisti, a cominciare da Ricardo, appaiono dimenticate, così come le tonnellate di scritti su dazi e tariffe che danneggiano tutti, anche chi li adotta. Ma quasi si resta abbacinati in questo gioco di azioni e reazioni.
Possibile che nell'Unione non ci si avveda della necessità di modificare lo schema? Non è sostenibile che ci si concentri completamente e con leggerezza sul progetto di riarmo - che, come impostato, non è un riarmo europeo bensì di singoli Stati, con tutto ciò che ne consegue -, che si dimentichi la politica e che non si pensi neppure a iniziative per la pace. Il botta e risposta sui dazi fin quando potrà durare? Di qua e di là dell'Oceano si confida che una parte (quella rispettivamente avversa) cederà e poi si negozierà? Ma allora è proprio necessario questo avanspettacolo?
Già si riscontrano i riflessi con le cadute delle borse seguite da riprese, con un saliscendi che non sembra destinato a essere superato, mentre si rafforza il ricorso degli investitori all'oro, prossimo ai 3 mila dollari l'oncia, e sale il rendimento dei titoli di Stato, anche in Germania. Come spesso accade, ritornano le periodiche proposte di utilizzare le riserve delle banche centrali a garanzia del finanziamento del piano di riarmo, dimenticando che esse sono preposte alla stabilità della moneta e che la funzione di garanzia è stata a suo tempo svolta in Italia a fronte di un prestito tedesco in circostanze drammatiche e per un breve lasso di tempo.
Anche la Bce appare incerta, se la presidente Christine Lagarde afferma che gli effetti dei dazi non sono prevedibili solo nell'aumento dell'inflazione ma potrebbero operare anche in senso contrario; comunque l'istituto, dice la presidente impiegando la formula frequentemente ripetuta, è pronto ad adottare tutte le misure per l'assolvimento del suo mandato per la stabilità dei prezzi.
C'è anche chi, forse attribuendo a Trump una grande capacità strategica che non ha, ritiene che l'impostazione della politica dell'Amministrazione sia volta a indebolire il dollaro per farne uno strumento per il rilancio della competitività americana; tuttavia così non si considera l'altra faccia della medaglia, che riguarda l'impatto negativo sull'afflusso dei capitali negli Usa. Il 18 marzo si riunirà il comitato monetario della Federal Reserve per la periodica seduta sulla politica monetaria; vedremo quali decisioni assumerà.
Comunque «grande è la confusione sotto il cielo» e purtroppo non si può dire, come concludeva Mao, «quindi la situazione è eccellente». Per essere tale occorrerà che l'Europa cambi modi e passi; la crisi può favorire questa metanoia di cui l'Unione ha bisogno. Solo ex post si potrà valutare, qualora la conversione vi sarà stata, che la confusione avrà prodotto una situazione eccellente. (riproduzione riservata)