Quali sono i fattori di rischio dei fondi pensione e quali sono i presidi di sicurezza del risparmio previdenziale? MF-Milano Finanza ne ha parlato con Massimiliano Giacchè di Protection Trade, società specializzata nella compliance, internal audit e risk management.
Domanda. Quali sono i principali rischi cui sono esposti i fondi pensione?
Risposta. Si parla troppo poco spesso del principale rischio, quello di disattendere le aspettative pensionistiche degli aderenti. Naturalmente in un sistema a contribuzione definita ciò si traduce principalmente nell'impegno di perseguire rendimenti coerenti con i profili di rischio scelti dagli aderenti. Anche tramite i comparatori messi a disposizione dalla Covip si continuano a vedere purtroppo rendimenti annualizzati troppo bassi anche su orizzonti temporali significativi e che, in molti casi, non sembrano affatto adeguati soprattutto rispetto ai profili di rischio dei comparti più aggressivi.
D. Come si può gestire al meglio il rischio di non conformità alle norme?
R. L'attuale normativa di settore non prevede un obbligo per gli operatori di prevedere nel proprio sistema di controllo interno una funzione di compliance. Tuttavia, a prescindere dalla presenza o meno di tale funzione, il rischio di non conformità alle norme deve essere attentamente presidiato e gestito. Certamente le modalità di gestione più efficaci vengono suggerite dalle best practice provenienti dal settore bancario e assicurativo, dove la funzione di compliance è già da diversi anni obbligatoria al pari della funzione di revisione interna e quella di gestione dei rischi. È opportuno innanzitutto mappare adeguatamente le normative, interne ed esterne, cui è soggetto il fondo pensione individuando per ciascuna chi è la funzione o l'outsourcer di riferimento. È importante anche dotarsi di metodologie e criteri di valutazione del rischio di non conformità possibilmente coerenti con quelle utilizzate dalla funzione di gestione dei rischi, in modo che i risultati possano essere integrati da quest'ultima in un quadro complessivo di valutazione dei rischi. Laddove la normativa è presidiata da un consulente esterno è importante coinvolgerlo periodicamente in tali valutazioni. Al soggetto che si occupa nel fondo di rischio di non conformità alle norme spetta ovviamente anche il compito di analizzare ogni nuova normativa, individuarne gli eventuali impatti e presentare ai ruoli e organi competenti un piano di adeguamento che può coinvolgere ogni funzione interna o fornitore esterno necessari.
D. Con riferimento al rischio frode quale approccio si consiglia?
R.Certamente il regolamento Dora (Digital Operational Resilience Act, ndr) desta preoccupazioni per via dei numerosi adempimenti previsti che spaziano da aspetti più connessi alla governance, quali ad esempio procedure e politiche, a quelli di gestione dei rischi informatici includendo quelli più squisitamente contrattuali connessi ai rapporti con i fornitori informatici. L'importante mole di adempimenti rende sicuramente opportuna un'attività iniziale che individui in modo preciso tutti i piani necessari declinandoli opportunamente caso per caso in base alle caratteristiche del fondo e in particolare al proprio assetto organizzativo e di governo. Nel definire tali interventi si può ricorrere anche al principio di proporzionalità che, come per casi analoghi su precedenti normative, va comunque opportunamente giustificato.
D. Da un recente studio pubblicato da Mefop è emersa ancora una certa prudenza soprattutto da parte dei fondi occupazionali. Quali sono secondo voi i principali motivi?
R. Con ragionevole certezza ha sin qui inciso la preoccupazione che determinate scelte, soprattutto quella di rientrare nell'ambito di applicazione dell'articolo 9 della Sfdr (fondi che hanno un obiettivo di investimento sostenibile, ndr), potessero impattare in modo severo su aspetti operativi e di compliance. Più in generale per i fondi negoziali, nell'assumere determinate decisioni, sicuramente sono state fatte anche valutazioni sulla percezione del tema di sostenibilità da parte del settore di riferimento, in particolare dalle aziende e lavoratori in esso operanti.
D. Tema molto delicato è quello delle linee garantite. Sono ancora sostenibili o andrebbero sostituite con meccanismi life cycle?
R. Sono certamente favorevole all'idea di sostituirle normativamente con meccanismi life cycle, con riferimento ai flussi taciti di tfr. Nei casi di adesione tacita non può essere nota la propensione al rischio da parte dell'aderente e pertanto sarebbe corretto affidarsi ad un approccio di investimento che, nel tenere conto dell'età dell'aderente, consenta a quest'ultimo di ottenere risultati migliori nell'attesa che, auspicabilmente, effettui una scelta consapevole. In generale, al di là delle adesioni tacite, sarei anche favorevole a introdurre per tutti percorsi previdenziali guidati attraverso un meccanismo life cycle ma nel momento in cui il legislatore ha scelto di concedere la possibilità di accedere ad alcune prestazioni prima del pensionamento è più giusto che si continui a proporre il life cycle su base volontaria. Ciò in considerazione del fatto che, essendo per le anticipazioni o i riscatti il timing della richiesta non prevedibile a priori, con un life cycle obbligatorio ci si potrebbe trovare in una linea ad alto rischio nel momento in cui si richiede un'anticipazione e, qualora tale comparto abbia subito una perdita significativa in un periodo recente, l'aderente subirebbe un danno senza essere stato di fatto protagonista della scelta del comparto.
D. Come favorire lo sviluppo dei fondi pensione in Italia?
R. Purtroppo il problema dell'adeguatezza delle pensioni di primo pilastro non è ancora sufficientemente percepito da gran parte dei lavoratori, giovani e non, anche perché i contributivi puri sono ancora abbastanza lontani dalla pensione. Quando questo sarà evidente, cioè tra 10 anni o poco più, allora sì che ci si renderà conto di quanto la previdenza complementare, anche con tutte le imperfezioni odierne, poteva essere utile. Pertanto una delle principali criticità da superare è culturale e non è semplice da affrontare. Bisognerebbe probabilmente ripetere una campagna nazionale come una riforma del tfr. Sarei poi favorevole a introdurre meccanismi incentivanti, a livello fiscale e non solo, per la scelta della rendita in luogo del montante. Questo andrebbe incontro all'obiettivo primario ovvero quello di fare in modo che la previdenza complementare possa consentire all'aderente di disporre, al termine del percorso, di una rendita aggiuntiva rispetto alla pensione di primo pilastro e arrivare così al target complessivo dell'80% rispetto all'ultimo reddito. Infine un ultimo (ma non per importanza) consiglio: bisognerebbe forse puntare a soluzioni welfare sempre più complete e integrate. Mi sto riferendo a prodotti che uniscano aspetti previdenziali a quelli assistenziali relativi alla salute e che diano all'aderente la sensazione di un servizio a 360 gradi, con prestazioni in grado di poter soddisfare esigenze diverse in funzione dell'aumento dell'età. (riproduzione riservata)