In un recente articolo Martin Wolf, firma del Financial Times, ha sottolineato come l'innalzamento della longevità determina la necessità di operare una serie di riflessioni sul come ripensare il welfare in senso dinamico per garantirne la sostenibilità. È necessario in primis riconsiderare il tradizionale paradigma del passato in cui la vita veniva suddivisa in tre fasi: prima lo studio, poi il lavoro e a seguire la pensione. Vivere più a lungo, a condizione che vi siano buone condizioni di salute, richiede la necessità di rielaborare il concetto di invecchiamento attivo valutando la possibilità che si possa lavorare anche oltre l'età pensionabile, è il concetto stesso.
Per quel che riguarda l'Italia sono molto interessanti le evidenze contenute nel recente rapporto Censis-Cida sul ceto medio. Uno degli esiti maggiori del benessere collettivo, si sottolinea, consiste nell'incremento progressivo della speranza di vita che ha consentito alle persone di conquistare via via nuovi anni. È evidente che a contare siano soprattutto gli anni di vita in buona salute e in autonomia e, comunque, sotto questo profilo le persone beneficiano nella nostra epoca di opportunità sconosciute solo qualche generazione fa. Di fatto è cambiata, sia pure lentamente, anche la percezione sociale della vecchiaia, a cominciare dall'accesso ad essa: non più sempre e comunque legata all'età anagrafica fissata come regola sociale, quanto piuttosto, legata a condizioni soggettive di vita. Per gli italiani si diventa vecchi quando si perde autonomia, vale a dire quando si finisce per essere dipendenti dagli altri anche nell'esercizio delle quotidiane ordinarie attività.
La longevità si è allungata grazie agli anni di vita conquistati, e spesso e volentieri il pensionamento apre una fase nuova di vita in cui gli anziani sono protagonisti di reti relazionali e sociali e, in alcuni casi, di nuove esperienze professionali. Nella percezione collettiva, ormai, la longevità e la vecchiaia sono processi diversi. L'autonomia individuale deve essere valorizzata, consentendo a chi, pur pensionato, volesse lavorare di poterlo fare senza subire di penalizzazioni disincentivanti. Un diverso regime nel rapporto tra pensioni ed eventuali redditi da lavoro avrebbe anche un altro valore, nel senso che incentiverebbe persone con età elevata a lavorare, senza dover ricorrere reiteratamente nel tempo al metodo coercitivo del progressivo rialzo dell'età pensionabile. In definitiva, si può dire che è maggioranza tra gli italiani, in particolare in quelli che si sentono di ceto medio, l'idea di abolire il divieto di cumulo fra redditi e pensioni di qualsiasi tipo, andando oltre l'attuale normativa. Sarebbe un modo efficace per ampliare le opportunità di crescita retributiva, si sottolinea. Il 55,3% degli italiani ritiene che ciascun individuo debba beneficiare della libertà di andare in pensione all'età che preferisce, senza penalità o premi per costringerlo a lasciare o a restare al lavoro. In pratica, prevale una visione sociale centrata sulla porosità nella fase longeva tra lavoro e pensionamento con anche la riconosciuta possibilità di cumulo tra redditi da lavoro e da pensione.
Per quel che riguarda le regole previdenziali in senso più concreto va ricordato come nello schema di funzionamento di quota 103, che ha natura sperimentale fino a fine dicembre 2024, si prevede la possibilità di rinviare il pensionamento in modo incentivato. I lavoratori dipendenti che abbiano maturato i requisiti minimi per accedere a tale canale di pensionamento (62 anni di età e 41 anni di contributi) possono infatti rinunciare all'accredito contributivo della quota dei contributi a proprio carico relativi all'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti dei lavoratori dipendenti e alle forme sostitutive ed esclusive della medesima. A seguito dell'esercizio di tale facoltà viene meno ogni obbligo di versamento contributivo da parte del datore di lavoro della quota a carico del lavoratore a partire dalla prima decorrenza utile per il trattamento di pensione anticipata flessibile (va ricordato come la contribuzione obbligatoria dei dipendenti è pari al 33% della retribuzione, di cui 23,81% a carico del datore di lavoro e 9,19% a carico del lavoratore, ed è questo 9,19% che viene versato in busta paga). Altri temi di riflessione in corso sono quelli del part time previdenziale e della staffetta generazionale.
Quale è poi il legame tra invecchiamento attivo e previdenza complementare? L'aderente a un fondo pensione può continuare a versare i contributi anche dopo il raggiungimento dell'età pensionabile a condizione che possa far valere, al compimento dell'età prevista per il pensionamento, almeno un anno di contribuzione a favore della previdenza complementare. I contributi continuano ad avere valenza di versamenti di previdenza complementare e, come tali, sono ammessi a fruire delle agevolazioni fiscali previste per tali forme di finanziamento. Sono cioè deducibili entro il limite annuo dei 5.164,57 euro. Si riconosce all'aderente la facoltà di determinare autonomamente il momento di fruizione delle prestazioni del fondo pensione. Altro aspetto importante è poi che il pensionato di anzianità può iscriversi alla previdenza complementare a condizione che l'iscrizione avvenga almeno un anno prima del compimento dell'età pensionabile per il trattamento di vecchiaia.
Infine, non essendoci nella normativa previdenziale un divieto di cumulo o un'espressa incompatibilità con il godimento di trattamenti pensionistici diversi dalla pensione di vecchiaia la Rita (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata) può essere erogata anche se il beneficiario percepisca, al momento dell'istanza o nel corso di erogazione della Rita, pensioni anticipate o di anzianità nei cinque anni che mancano all'età per la pensione di vecchiaia, con erogazione fino all'età utile per la pensione. (riproduzione riservata)