La corsa dell’oro continua. Lo ha fatto anche quest’anno con il metallo prezioso che ha toccato i 2.431 dollari l’oncia il 12 aprile, segnando un nuovo massimo storico, spinto dalle tensioni geopolitiche internazionali e dalle aspettative sui prossimi tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Un trend rialzista che, secondo alcuni money manager, ha solide basi.
In passato quando l’oro superava la soglia dei 2.000 dollari in concomitanza con momenti di forte tensione internazionale, come nel caso della pandemia del 2020 oppure nel 2022, in scia all’alta inflazione, poi perdeva quota abbastanza in fretta, ma questa volta sta andando diversamente. Tanto che gli esperti di investment bank del calibro di Goldman Sachs e Jp Morgan sono ottimisti sul metallo prezioso.
In ballo c’è il gioco delle attese sulle prossime mosse della banca centrale Usa e il conseguente impatto sul dollaro, a cui il lingotto è di solito correlato negativamente. Aspettative che possono essere confermate o smentite. Ma c’è un dato di fatto. A sostenere le quotazioni dell’oro contribuiscono i forti acquisti delle banche centrali, e in particolare quelle nel Sud del mondo, che continuano a comprare a un ritmo incessante di 250 tonnellate a trimestre. Circa mille tonnellate, su una produzione totale stimata dal World Gold Council in 3.644 tonnellate nel 2023 (4.899 compreso il riciclaggio), vengono quindi utilizzate ogni anno da questi attori.
Poi c’è la domanda a scopo di investimento. In vista delle elezioni americane del prossimo novembre e dei rischi connessi alla politica fiscale, i gestori continuano a consigliare il metallo prezioso come strumento di diversificazione dei portafogli. «Se i titoli di stato non sono asset protettivi, lo è l’oro, insieme alla liquidità e, in una certa misura, all’investment grade», fanno notare, per esempio, gli specialisti di Société Générale. Una percentuale del metallo giallo in portafoglio è benvenuta, ma guardando all’esperienza del passato, non sempre l’oro è riuscito ad assolvere pienamente alla funzione di bene rifugio, perché in alcuni periodi ha deluso, non riuscendo a coprire nemmeno l’inflazione.
Nell’ultimo decennio un impulso importante all'utilizzo dell'oro finanziario è arrivato dallo sviluppo del mercato degli Exchange Traded Fund (Etf), strumenti emessi a fronte dell'investimento diretto dell'emittente in oro. Come nel caso dei future, il prezzo degli Etf è legato all'andamento del sottostante. Questi strumenti permettono quindi un agevole accesso al mercato dell'oro, senza dover incorrere nei connessi alla proprietà fisica dell'oro, come quelli costi di custodia e assicurazione. La domanda di oro fisico da parte degli emittenti degli Etf ha subito un picco nel biennio 2011-2012, in corrispondenza dei timori legati allo sostenibilità del sistema finanziario internazionale.
Negli ultimi tre decenni il metallo giallo ha realizzato un rendimento medio annuo del 6,2% in dollari Usa, ma nel frattempo ci sono stati picchi negativi, con ribassi di oltre il 40%. Non bisogna poi dimenticare che il prezzo del lingotto è stato essenzialmente controllato dal governo americano fino al 1971, quando l’allora presidente Nixon mise fine al sistema del Gold Standard, che stabiliva la conversione dei dollari in oro a un tasso fisso. Questo periodo fu anche il culmine della crisi di stagflazione negli Stati Uniti, caratterizzata da elevata inflazione, bassa crescita economica e alta disoccupazione.
Un mix che portò a un’impennata del prezzo dell’oro negli anni ’70, che raggiunse il livello record di circa 665 dollari nel gennaio 1980. Il metallo giallo ha poi toccato un minimo di 253 dollari l’oncia nel 1999, a causa della forte performance dell’economia statunitense e del dollaro, che ridusse l’attrattiva dell’oro come investimento alternativo. Il trend negativo è stato alimentato anche dell’eccesso di offerta sul mercato, poiché diverse banche centrali hanno venduto le loro riserve auree per raccogliere fondi e diversificare i portafogli. La Grande Recessione post-2008 ha innescato una fuga verso i safe havens: la quotazione del metallo prezioso è così passata da circa 730 dollari nell’ottobre 2008 a 1.300 dollari due anni dopo.
Successivamente, la crisi del debito sovrano europeo del 2010-2012 ha sollevato preoccupazioni sulla stabilità dell’Eurozona: il prezzo dell’oro ha raggiunto un nuovo massimo nominale di circa 1.825 dollari nell’estate del 2011. Nel 2013-2014 la riduzione dell’allentamento quantitativo da parte della Federal Reserve ha segnalato una graduale normalizzazione della politica monetaria e un rafforzamento del dollaro. Il metallo giallo è di conseguenza sceso di quasi il 30% da 1.695 dollari nel gennaio 2013 a 1.200 dollari nel dicembre 2014. Per vederlo guadagnare terreno bisognava aspettare la pandemia che del 2020-2021, che ha causato incertezze economiche e sociali senza precedenti, facendolo schizzare dai 1.575 dollari nel gennaio 2020 a oltre 2.000 dollari nell’estate del 2020.
Dopo il picco della pandemia, i prezzi dell’oro sono scesi in un range compreso tra 1.700 e 1.900 dollari prima di schizzare alla fine del 2023 fino a raggiungere 2.135 dollari e toccare, come già ricordato, nuovi massimi storici nell’aprile di quest’anno. Livelli che, a parere di alcuni esperti, potrebbero essere superati nei prossimi mesi. (riproduzione riservata)