Le tre principali guerre in corso (con l’ipotesi di una sospensione dei conflitti) e le altre numerose crisi geopolitiche sono alla base di una ritornante attenzione alle riserve delle banche centrali e, in particolare, a quelle auree, considerato il ruolo di bene rifugio che svolge l’oro nelle grandi crisi politiche e finanziarie.
Ma contribuisce pure e non in modo lieve, per le riserve di istituti centrali depositate negli Usa, l’atteggiamento di Donald Trump nei confronti della Federal Reserve e, più in particolare, del suo presidente Jerome Powell, fatto oggetto di frequenti critiche e insulti. In Germania si starebbe iniziando a riflettere sul rimpatrio delle riserve auree allocate negli Usa.
I timori sono, come si è detto, concentrati su quelli che vengono visti come attacchi trumpiani all’autonomia e indipendenza della Fed con quel che potrebbe derivarne anche per le risorse finanziarie depositate negli States. L’Italia, che è il terzo Paese al mondo per il possesso di riserve auree dopo gli Usa e la Germania, ha affidato alla custodia americana circa 1.060 tonnellate di oro.
Fino alla sospensione della convertibilità del dollaro in oro decisa il 15 agosto 1971, il metallo giallo aveva un ruolo fondamentale nella regolazione del cambio pur nell’incomprensibilità, data la sostituzione della guida dell’uomo con il metallo prezioso che così si realizzava, dell'attaccamento a tale risorsa rappresentata dalla famosa qualificazione dell'oro da parte di John Maynard Keynes come a barbarous relic, mentre i latini stigmatizzavano con Virgilio l’auri sacra fames, l’esecranda brama dell'oro. Il gold standard e il gold exchange standard nell’emissione della moneta e nei rapporti di cambio sono durati lungamente.
In ogni caso, le riserve auree mantengono un ruolo fondamentale a tutela della stabilità della moneta. Un accordo tra le principali banche centrali per regolare la vendita dell’oro non è stato rinnovato alla scadenza del 2019.
Di tanto in tanto, in Italia entrano in scena strampalate ipotesi per impiegare le riserve auree, spesso in vista dell’annuale legge di bilancio, poi ci si accorge dell’impraticabilità per molteplici ragioni giuridiche, tecniche, di mercato, a cominciare dal fatto che esse sono inscritte nel bilancio della Banca d'Italia, fermo restando che esse sono risorse pubbliche.
Quando si avanzò la proposta di un impiego delle plusvalenze sulle riserve in generale, si approdò alla fine a una norma che sanciva la fattibilità entro limiti solo con il consenso di Bankitalia (e della Bce). In precedenza il governatore Antonio Fazio aveva resistito alle pressioni per vendere parte dell'oro e la rivalutazione successiva gli aveva dato ragione anche con la condivisione di coloro che prima erano critici.
Insomma, la materia è delicata e complessa. L’eventuale ritiro del deposito negli Usa, esaminata, s’intende, la compatibilità con l'accordo regolatore, avrebbe una risonanza ben superiore alla decisione in sé e celerebbe un giudizio di scarsa sicurezza e affidabilità che si estenderebbe agli Stati Uniti nel loro insieme.
Non so se proprio ora sia il momento adatto per la progettazione di una tale operazione, di cui non sarebbero chiare le finalità, anche per la mancanza di motivazioni ben più serie e stringenti di quelle che vengono menzionate.
I nessi tra i rischi e i pericoli del deposito e la decisione del ritiro dovrebbero essere chiari e ragionevoli e rappresentare una situazione bisognosa di misure urgenti. Ma ora tutto ciò non sembra affatto profilarsi. Allora ci si dedichi a progettazioni ben più produttive nell'interesse del Paese. (riproduzione riservata)