Luigi Lovaglio prende in mano il timone delle contromosse all’offerta di Intesa Sanpaolo. Dopo il passo indietro di Banco Bpm nel progetto di fusione alla pari con Siena, il banchiere assume personalmente la guida della strategia difensiva che gli permetterebbe di mantenere intatto il perimetro di Rocca Salimbeni, come peraltro auspicato dalla premier Giorgia Meloni nell’intervista di venerdì 14 a MF-Milano Finanza. L’altro obiettivo di Lovaglio è massimizzare il premio per gli azionisti, specie alla luce di una proposta come quella di Intesa che per il banchiere non valorizza appieno l’istituto.
L’appuntamento è per giovedì 20 alle 9 a Siena, per un cda straordinario della banca convocato per valutare un articolato piano di m&a elaborato dagli advisor Ubs, Bofa e Vitale. Sul tavolo potrebbero arrivare due target molto diversi, ma che risponderebbero alla logica industriale di costruire un terzo polo bancario dotato di forti fabbriche prodotto e capace di valorizzare il risparmio nazionale: Banca Generali e Banco Bpm, utilizzando il 13,2% di Generali detenuto da Mediobanca come tassello per chiudere il cerchio.
Secondo quanto riferiscono alcune fonti vicine al dossier a MF-Milano Finanza, su Banca Generali potrebbe esserci una riedizione dell’offerta lanciata da Alberto Nagel a maggio 2025 come mossa in extremis per contrastare la scalata di Rocca Salimbeni. Anche la ratio industriale sarebbe la stessa: ampliare la presenza del gruppo nel settore strategico del wealth management, dando vita al secondo operatore italiano per attività e rete distributiva.
Per l’ipotesi parallela di un’offerta su Banco Bpm, le motivazioni restano quelle già sottese al piano di fusione accantonato solo pochi giorni fa: creare la terza banca del Paese, con un forte radicamento territoriale e oltre un miliardo di sinergie.
Il terzo pilastro del piano Lovaglio passa per la valorizzazione del 13,2% del Leone, anche se non è ancora chiara la modalità. Siena potrebbe usare il pacchetto, che ai prezzi attuali vale 8,8 miliardi, vendendolo a un soggetto che alcune fonti identificano in Unicredit e utilizzare poi i proventi della cessione per finanziare una delle due offerte.
Uno scenario alternativo prevede che la quota nella compagnia triestina venga distribuita sotto forma di dividendo straordinario agli azionisti Mps, così da creare consenso sulle operazioni che, per effetto della passivity rule, dovranno passare al vaglio dell’assemblea straordinaria e quindi ottenere il voto favorevole dei due terzi dei presenti.
Una terza opzione su cui si specula è che Siena paghi Banca Generali con azioni proprie, consentendo così al Leone di diventare un socio forte con una quota intorno al 12%, anche a suggello della partnership bancassicurativa che a inizio 2027 vedrà subentrare il gruppo di Philippe Donnet ad Axa. In questo scenario, la quota di Mps-Mediobanca in Generali sarebbe ceduta sul mercato per evitare partecipazioni incrociate. Da ultimo, c’è chi ipotizza che l’operazione di Lovaglio possa ricalcare quella lanciata da Nagel un anno fa, con il 13,2% di Generali offerto come moneta di scambio nell’ops sull’istituto guidato da Gian Maria Mossa.
Il piano del Monte dovrà però fare i conti con alcune incognite molto rilevanti. In primo luogo, gli occhi del mercato sono puntati sulla risposta di Intesa, che potrebbe rilanciare oppure, facendo leva sulle condizioni sospensive dell’operazione, ritirare l’opas. La seconda incognita è rappresentata dalle assemblee. Tutti i tasselli della strategia di Lovaglio dovranno ottenere l’ok dei due terzi dei soci Mps presenti. Alla luce delle presenze all’ultima assemblea senese di aprile, pari al 64%, ciò corrisponde a circa il 42% del capitale. A questo si aggiunge la necessità di raggiungere un accordo con Crédit Agricole, che controlla quasi il 30% di Banco Bpm.
Il terzo fattore di rischio è il calendario. L’opas di Intesa Sanpaolo viaggia con oltre 90 giorni di anticipo rispetto alle contromosse difensive che, tra assemblee e autorizzazioni, richiederanno almeno cinque mesi.
Anche Equita individua tre incognite principali: «Mps si troverebbe a gestire parallelamente il completamento dell’integrazione di Mediobanca e ulteriori operazioni di ampia scala, aumentando sensibilmente l’execution risk rispetto a quello associato all’offerta di Intesa; il successo delle operazioni sarebbe subordinato al coinvolgimento e al consenso di soggetti chiave, tra cui Agricole, Generali e gli azionisti rilevanti di Mps, nonché all’ottenimento di molteplici autorizzazioni regolamentari e al superamento dei vincoli derivanti dalla passivity rule.
Da ultimo «il razionale finanziario delle operazioni richiederebbe il conseguimento di sinergie particolarmente ambiziose per sostenere la creazione di valore». E su Banca Generali, l’eventuale aggregazione «ricalcherebbe da vicino il progetto Mediobanca-Banca Generali del 2025, ponendo nuovamente il problema del consenso degli stakeholder dopo la mancata approvazione dell’operazione da parte dell’assemblea di Mediobanca».
Per queste ragioni la Borsa rimane prudente: solo Banca Generali è salita dell’1,6%, mentre Mps è scesa del 2,2%, Banco Bpm dello 0,5% e Intesa Sanpaolo dell’1,3%. (riproduzione riservata)