Dopo il passo indietro di Banco Bpm, al ceo di Mps Luigi Lovaglio restano poche opzioni per difendersi dall’opas lanciata da Intesa Sanpaolo. E il tempo stringe.
Venerdì 31 il consiglio di Piazza Meda ha interrotto le trattative per una fusione con Mps. Secondo quanto si apprende sulla decisione, maturata il giorno precedente avrebbe pesato il veto del Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm con il 29,3%, ma anche l’impasse su alcuni snodi chiave del progetto societario.
Dopo la comunicazione di venerdì una ripresa dei colloqui appare impraticabile, anche alla luce dei vincoli derivanti dalle comunicazioni alla Consob. «Tutte le altre opzioni restano sul tavolo», confidava ieri un banchiere vicino a Lovaglio.
Mps potrebbe lanciare a propria volta un’ops su Banco Bpm, facendo leva sulle elevate quotazioni del titolo senese, che ieri sfiorava gli 11,6 euro. Rumor in tal senso si sono rincorso nell'arco dell’ultimo fine settimana ma l’niziativa non sarebbe in discesa. La proposta dovrebbe essere sottoposta all’assemblea straordinaria e si troverebbe ancora una volta appesa al verdetto di Agricole in fase di adesione.
Un’altra possibilità sarebbe la distribuzione agli azionisti di una parte dei circa 2,5 miliardi di capitale in eccesso di cui dispone Mps. La mossa potrebbe rendere meno conveniente l’operazione per Intesa aumentando il valore riconosciuto ai soci di Siena. Ma anche questa opzione presenta ostacoli rilevanti: oltre all’approvazione dell’assemblea, sarebbe necessario ottenere il via libera della Bce, chiamata a verificare che la distribuzione non comprometta la solidità patrimoniale dell’istituto.
Si tratta dunque di ipotesi ancora tutte da esaminare, ciascuna con costi, rischi e difficoltà di esecuzione. Quel che per il momento viene considerato poco probabile è un intervento di Unicredit.
La banca guidata di Piazza Gae Aulenti ha esaminato più volte il dossier Mps negli ultimi anni, ma oggi un'eventuale iniziativa su Siena rappresenterebbe una sfida diretta a Intesa Sanpaolo, che a giugno ha lanciato un'opas da 30,6 miliardi di euro su Rocca Salimbeni.
Al contrario, i ceo Andrea Orcel e Carlo Messina sembrano orientati a una linea di collaborazione più che di competizione, magari con un passaggio di filiali a certificare l’alleanza e una convergenza di vedute sulla futura governance della partecipata Generali. In quest’ottica il focus di Piazza Gae Aulenti resterebbe la strategia di crescita internazionale e il completamento dell’operazione su Commerzbank, senza aprire un nuovo fronte in Italia.
La difficoltà nel costruire una nuova strategia difensiva non è l’unico problema per Lovaglio. Il banchiere deve confrontarsi anche con tempi ormai strettissimi visto che tra poco più di un mese, il prossimo 10 settembre, i soci di Intesa vareranno l’aumento di capitale propedeutico all’opas. Un passaggio destinato a formalizzare l’offerta e a restringere ulteriormente gli spazi per eventuali proposte alternative.
Anche l'andamento dei titoli riflette lo scetticismo del mercato sulla possibilità di un cambio di scenario. Ieri Mps ha chiuso invariata, mentre Intesa Sanpaolo ha guadagnato il 2,2%, salendo a circa 6,7 euro. Ai prezzi di ieri, considerando il concambio di 1,6 azioni Intesa più un euro in contanti, il valore implicito dell'offerta è salito a circa 11,72 euro per azione, con un premio vicino all'1% rispetto alle quotazioni di Siena.
È un segnale che l'arbitraggio si sta spostando sul titolo dell'offerente: più che attendere un rilancio o l'arrivo di un cavaliere bianco, gli investitori puntano sulle azioni Intesa, il cui rialzo aumenta automaticamente il valore dell'offerta in carta destinata agli azionisti di Mps. L’andamernto dei titoli + è monitorato con attenzione anche dal Mef, azionista di Montepaschi al 4,86%. Il ministero avrebbe iniziato a studiare il progetto di exit che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe prendere forma prima dell'avvio delle adesioni all’opas Intesa.????? (riproduzione riservata)