In un Convegno organizzato da questa stessa Fondazione avevo precisato che la necessità di mercati aperti che ha dato vita alla globalizzazione degli scambi, era maggiormente sentita dai Paesi, come Cina e Italia, in cui la crescita reale era del tipo export-led, trainata dalle esportazioni, ma meno da quelli, come gli Stati Uniti, che avevano un modello consumption-driven, trainato dai consumi.
Allora non mi sono soffermato sul fatto che, in regime di cambi flessibili, anche i Paesi con questo secondo modello di sviluppo avevano un limite nel saldo della bilancia corrente che, se negativo, avrebbe causato una svalutazione della moneta nazionale da cui consegue una riduzione dei consumi e un aumento dei prezzi interni, ossia un peggioramento del welfare interno. Se, tuttavia la sua moneta, come il dollaro per gli Stati Uniti, funge da riserva internazionale, il finanziamento degli sbilanci di parte corrente estera sono garantiti dal formarsi all’esterno di riserve ufficiali e private, generando un effetto che fu definito un «esorbitante privilegio».
Le altre monete usate da riserva internazionale (euro, yen, sterlina e franco svizzero) non hanno questo beneficio in misura esorbitante, ma pur sempre presente, per il loro modesto peso sul mercato globale (che oscilla dal 12,7% allo 0,7% contro il 59% del dollaro). Se un Paese, come l’Italia, ha un avanzo estero di parte corrente non trae vantaggio dall’uso della sua moneta come riserva internazionale perché, non essendo diretta creatrice dell’euro, il beneficio del signoraggio si riduce, se non proprio si annulla, forsanche diventa negativo essendo un’area a più bassa produttività in un sistema privo di un fondo monetario di stabilizzazione (tema caro a Jean Monnet).
La valutazione degli effetti dei dazi richiede un approccio complessivo, che ancora manca, e deve almeno abbracciare le relazioni tra bilancia estera corrente e ruolo internazionale della moneta. Non a caso la Cina assegna all’obiettivo dell’uso internazionale dello yuan-renmimbi una posizione centrale della sua politica economica, se non proprio della sua geopolitica, come peraltro fanno gli Stati Uniti, che però scompaginano detta relazione legittimando l’uso monetario dei bitcoin e di altre criptovalute.
Poiché l’eurosistema ha bilance estere largamente in surplus, per essa la conoscenza di come opera la relazione tra questo saldo e l’uso dell’euro come moneta di riserva internazionale sarebbe meno urgente, se questo non fosse uno dei possibili strumenti per bilanciare l’onere dei dazi americani. Tuttavia, l’uso pratico dello strumento richiederebbe che il potere di intervento della Bce in materia di cambio tra l’euro e il dollaro non valesse solo nel contingente e rientrasse tra i poteri indipendenti di banca centrale. Sono tutti concetti difficili da mettere a fuoco senza avere una chiara visione di come opera l’economia reale, monetaria e finanziaria.
Non sono al corrente se i centri studi dei Paesi coinvolti siano in condizione di conoscere gli effetti dei dazi o di altre forme di restrizione agli scambi non solo sulle bilance estere di parte corrente, ma anche sull’uso delle monete nazionali come riserve internazionali ufficiali o private. Non lo sono certamente se basano le loro conoscenze su valutazioni econometriche, invece di ricorrere alle tecniche più incisive di intelligenza artificiale.
Sarebbe saggio che i Paesi particolarmente interessati si riunissero attorno a un tavolo per trovare una soluzione pratica, stabilendo il «cessate il fuoco», non solo per le armi. Naturalmente l’accordo deve abbracciare, come a Bretton Woods, sia gli aspetti monetari internazionali che gli scambi di beni e servizi, come pure il regime delle transazioni finanziarie tra Paesi; nonché ridare fiato alle istituzioni sovranazionali che vigilano il rispetto degli accordi.
In assenza di una tale iniziativa, i mercati finanziari, in particolare le borse valori, continueranno a essere mosse da emozioni (sentiments) trainate da dichiarazioni prive di fondamento scientifico. I modelli econometrici sbagliano previsioni perché il futuro non si comporta più come il passato e le autorità di politica economica ritornano a ragionare come accadeva nel XIX secolo, ossia per congetture, dove inevitabilmente contano un misto di conoscenze «invecchiate», giudizi e pregiudizi.
Poiché gli strumenti econometrici hanno perso capacità predittive, la politica monetaria che ne fa grande uso ha perso la funzione di guida delle aspettative e i governi hanno perso il controllo della crescita reale e della distribuzione del reddito, colmando gli effetti negativi con l’indebitamento per venire incontro alle richieste di assistenza dell’elettorato e alle spese per fronteggiare i rischi di sicurezza dei loro Paesi. (riproduzione riservata)
*presidente Consob