In principio erano due i maggiori colossi del panorama informatico globale: Microsoft identificato con il proprio sistema operativo, Windows, e Intel. E il termine Wintel era nato per indicare il loro binomio. Poi una decina di anni fa le aziende leader nell'innovazione tecnologica sono diventate quattro e per loro è nata la sigla Fang con riferimento a Facebook, Amazon, Netflix e Google. Nel 2017, anche Apple ha fatto il suo ingresso in questo club, che è stato ribattezzato Faang. Mentre dalla pandemia in poi, con lo sviluppo delle applicazioni di intelligenza artificiale, questo circolo di innovatori si è ampliato ancora ed è stata coniata l'espressione Magnifici 7 (Magnificent 7 in inglese): Apple, Microsoft, Meta (Facebook), Amazon, Alphabet (Google), Nvidia e Tesla.
Dopo un anno e mezzo di forte sovraperformance delle big tech, la correzione dei prezzi di Apple, di Tesla e di Meta ha fatto sì che alcuni gli investitori abbiano iniziato a cercare rialzi in altri nomi del settore sempre con lo sguardo puntato sull'AI. I magnifici sette lasceranno quindi il testimone al prossimo paniere di innovatori? Prova a dare una risposta Matt Moberg, gestore in Franklin Templeton di una serie di strategie focalizzate nell'innovazione tra cui il fondo Franklin Dynatech e la sua versione europea Franklin Innovation. Moberg, portfolio manager del Franklin Equity Group di Franklin Templeton, lavora nell'asset manager statunitense dal 1998, ed è basato come tutto il team sull'innovazione di Franklin Templeton, nella Silicon Valley, quindi segue da vicino gli astri nascenti della tecnologia Usa. «Pensiamo che molte aziende ora giovani diventeranno mega-cap e quindi come il mondo è passato dal duo Wintel, ai cinque titoli Faang fino ai Magnifici 9, la prossima frontiera di innovatori si amplierà ancora», dice Moberg provando a immaginare un nuovo nome, magari i Fine 9 (in italiano: i Buoni 9), suggerisce il gestore. Quel che è certo è che «la rivoluzione industriale in atto creerà nuove società», afferma Moberg. Franklin Templeton ha una lunga storia negli investimenti in tecnologia e può essere definito un pioniere: il fondo Dynatech è stato lanciato nel lontano 1968, prima che la Silicon Valley fosse chiamata così nel 1971 e prima della nascita di Intel, fondata nel 1972. E il suo clone europeo, l'Innovation Fund, è arrivato solo nel 2019, ma ha subito attirato l'interesse degli investitori per le sue performance.
Il comparto investe principalmente in società ritenute dai gestori leader nell'innovazione, che traggono vantaggio da nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuove idee, nuove metodologie che emergono dall'economia globale in evoluzione. Dall'avvio nel novembre 2019 ha reso il 12,6% netto annualizzato, pari a un 70,5% cumulato (classe A, acc. in dollari). Tra le sue principali posizioni figurano Nvidia, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Servicenow, Mastercard, Synopsys, Asml e Cadence Design System. Si tratta quindi di un insieme eterogeneo di società che riflette la pervasività del tema dell'innovazione oggi. «Non è confinata a una nicchia dell'economia, ma piuttosto l'innovazione è un tema, che oltre ad essere in forte accelerazione, interessa ogni settore», prosegue Moberg. Qualche esempio di punta? L'e-commerce, la genomica, la robotica, l'energia rinnovabile, e tutto il mondo dei dati.
«Quando il gruppo nel 1968 ebbe l'idea di lanciare il Dynatech partì dalla convinzione che si può battere il mercato investendo in tecnologia perché è qui che la ricchezza viene creata», ricorda il money manager che declina il concetto di innovazione in due modi. «Pensiamo all'innovazione come agente di cambiamento, ma anche come la capacità di creare qualcosa di nuovo che non esisteva prima». Il rovescio della medaglia, da questo punto di vista, è rappresentato dai rischi: «Siamo investitori di lungo termine e il rischio insito nell'investire in questi filoni riguarda la possibilità che un'innovazione non si realizzi come sperato, come ad esempio oggi sta accadendo per la guida autonoma», aggiunge il money manager. Sul fronte delle aree geografiche il focus sono le aziende statunitensi, anche se per quanto riguarda i ricavi spesso queste società realizzano la metà o più del fatturato all'estero. Non è prevista invece al momento alcuna esposizione alla Cina: «Oggi il rischio politico è troppo alto, quindi se fino a una decina d'anni fa avevamo una esposizione di poco meno del 10%, successivamente l'abbiamo azzerata». (riproduzione riservata)