La domanda di mercati privati rimane resiliente anche di fronte a condizioni macroeconomiche e di mercato difficili. E ora le società di asset management preparano il grande salto: trasformare i private markets in un investimento alla portata di tutte le tasche. Compresi gli investitori retail.
Queste le principali evidenze di una survey condotta dalla banca depositaria State Street su un campione globale di società di gestione e asset allocator.
Nonostante i recenti rischi geopolitici e le sfide di liquidità, la maggioranza degli intervistati prevede di aumentare o mantenere le proprie allocazioni nei mercati privati. Solo il 7% degli asset owner sta valutando una riduzione delle allocazioni nei mercati privati nei prossimi due anni, mentre il 50% punta ad aumentarle e il 43% a mantenerle invariate. Il private equity resta la strategia preferita (il 48% degli intervistati prevede aumenti), seguito dal private credit (39%).
La crescita della partecipazione degli investitori individuali sta rafforzando questa resilienza, spiegano i curatori del rapporto. Merito anche delle grandi quotazioni tecnologiche: già da prima dell’ipo di SpaceX esistevano, come rivelato da MF-Milano Finanza, vari veicoli pensati per esporsi al colosso dell’aerospazio di Elon Musk. E lo stesso sta succedendo in vista delle quotazioni di OpenAI e Anthropic.
L’eco mediatica di queste grandi ipo ha il suo riflesso nell’offerta delle sgr. Oltre l'84% degli operatori già offre o pianifica di offrire strategie di mercati privati per investitori individuali. Ma le aspettative si raffreddano: chi si attende che metà o più della raccolta arrivi da veicoli retail entro tre anni è sceso al 43%, dal 56% dell'anno scorso, per via delle sempre maggiori sfide operative e soprattutto distributive. Tra queste gli intervistati indicano in particolare la gestione della liquidità e gli obblighi regolamentari.
Spostando la lente sull’area Emea (cioè Europa, Medio Oriente e Africa), il sondaggio mostra che per il 35% degli intervistati la democratizzazione dei mercati privati rappresenti una sfida: si tratta del dato più alto tra le regioni coinvolte dallo studio.
Nel breve termine gli intervistati europei hanno espresso una netta preferenza per le tipologie di fondi semi-liquidi disciplinate da normative domestiche – gli European Long-Term Investment Funds o Eltif – con il 41% del campione che li identifica come i veicoli più efficaci per attrarre masse in gestione nell’arco di uno-due anni.
In un’ottica di lungo termine (tre anni o più), tuttavia, gli Eltif perdono significativamente popolarità, scendendo al 20% e collocandosi al secondo posto dietro agli Etf, scelti dal 29% degli intervistati.
A livello globale proprio gli Etf sono considerati il principale veicolo per offrire agli investitori individuali esposizione ai mercati privati nel lungo periodo. Per quasi un intervistato su tre saranno proprio i fondi quotati il modo più facile per permettere anche ai non addetti ai lavori di esporsi all’universo dei private markets. La sfida sarà però quella di inserire mercati per loro natura illiquidi in questa tipologia di veicoli: per ora i primi esperimenti consistono in Etf che hanno come sottostanti società di private equity quotate (di fatto, un investimento indiretto), o in alternativa strumenti ibridi che mettono una parte di asset privati a fianco a partecipazioni liquide in strumenti quotati.
Attualmente il fai-da-te non ancora l’opzione prediletta, specie in Europa. Gli operatori dell’area Emea privilegiano le piattaforme di private banking come canale di distribuzione: 23% contro il 15% globale e appena il 5% delle Americhe, dove invece la struttura preferita (31%) è quella dei fondi di fondi.
Invece in Asia la cultura del fai-da-te sta tramite broker e piattaforme sta già prendendo piede: a indicarla come opzione preferita è il 28% del campione, la stessa di chi opta per prodotti standalone venduti direttamente dai consulenti ai clienti individuali. (riproduzione riservata)