Gli amministratori delegati amano riempirsi la bocca di "capitalismo degli stakeholder". Ma quando si trovano di fronte alla scelta finale di vendere un'azienda e dividere il ricavato tra lavoratori e azionisti, indovinate chi prende i soldi? Sì, avete capito bene: gli azionisti sono i vincitori, insieme agli stessi manager.
Un'analisi delle acquisizioni annunciate durante la pandemia condotta dagli accademici della Harvard Law School rivela le priorità dei leader aziendali americani. In pubblico, parlano dell'importanza dei dipendenti, delle comunità, dell'ambiente e di altre parti interessate al business (gli stakeholder, appunto). In privato, negoziano accordi che sanno che porteranno alla perdita di posti di lavoro e alla chiusura di uffici, ma non chiedono compensazioni per i perdenti.
Il capitalismo degli stakeholder si è rivelato essere il normale capitalismo degli azionisti, ma con una faccia sorridente. Questo dovrebbe suonare come un campanello d'allarme per coloro che ascoltano gli investitori di alto profilo, come l'amministratore delegato di BlackRock Larry Fink, che ha scritto ai colleghi amministratori delegati in gennaio per sostenere la necessità di avere una missione aziendale, e ha annunciato la creazione del "Centro per il capitalismo degli stakeholder" di BlackRock.
Su 116 acquisizioni di aziende dal valore superiore a 1 miliardo di dollari effettuate dall'aprile 2020, precisamente nessuna includeva una protezione legalmente vincolante dei posti di lavoro o una compensazione garantita per coloro che sarebbero stati licenziati.
Al contrario, i manager delle aziende oggetto di acquisizione (le target) sono stati in grado di negoziare un premio medio di acquisizione del 34% a favore degli azionisti, rispetto al prezzo di borsa antecedente l’operazione. Oltre ai guadagni sulle azioni che detenevano, il 98% degli accordi ha offerto ai dirigenti una forma di bonus legato all’acquisizione, e poco meno della metà ha cambiato i piani di retribuzione per premiare ulteriormente il top management.
Le briciole gettate agli stakeholder erano esplicitamente inapplicabili, tranne che per una piccola quantità di bonus richiesti. I bonus obbligatori e non obbligatori previsti nei termini dell'accordo sono stati pari complessivamente allo 0,4% dei guadagni ottenuti dagli azionisti, secondo gli autori della Harvard Law School, Lucian Bebchuk, Kobi Kastiel (anche lui dell'Università di Tel Aviv) e Roberto Tallarita, il cui documento non è ancora stato sottoposto a peer review.
Non è certo ciò che si aspettavano i sostenitori di un approccio più gentile alla gestione delle aziende abbracciato nel 2019 dalla Business Roundtable (una sorta di associazione delle grandi aziende Usa, ndt) allora presieduta da Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase. Il fondatore del World Economic Forum, Klaus Schwab, al suo incontro di Davos nel 2020 aveva poi tenuto una lezione all'élite mondiale su come il business stesse cambiando verso il capitalismo degli stakeholder, poco prima della pandemia.
"L'entusiasmo per le visioni della Business Roundtable e di Davos è dovuto al fatto che la gente può leggervi quello che vuole", dice il Prof. Lucian Bebchuk, direttore del programma sulla corporate governance della Harvard Law School e co-autore della ricerca. "Evitano le domande più difficili, quelle per cui va fatta una scelta piuttosto che un’altra”
Gli amministratori delegati spesso contestano l'esistenza di alternative tra i guadagni per gli azionisti e quelli per i dipendenti, la società o l'ambiente. Quando Dimon ha annunciato il suo impegno verso gli stakeholder ha detto che era "l'unico modo per avere successo a lungo termine".
Ma non tutto è win-win, e non tutti ottengono una bambolina, specialmente quando un'azienda viene venduta. In quel momento, non c'è più bisogno che l'azienda sia gentile con nessuno, dato che gli stakeholder saranno il problema di chi compra, dopo che l'affare sarà concluso. Un Ceo idealista dovrebbe condividere i miliardi di dollari di premio per l’acquisizione tra gli azionisti e gli altri stakeholder- e non lo fa.
A difesa dei sostenitori del capitalismo degli stakeholder forse c’è il fatto che esso non ha ancora preso piede. O forse che le aziende che sono state rilevate negli ultimi due anni erano gestite da consigli di amministrazione particolarmente avidi, mentre il resto del grande business è molto più carino. Infatti, delle 22 società acquisite in operazioni superiori a 10 miliardi di dollari c’erano solo due amministratori delegati che avevano firmato la dichiarazione della Business Roundtable di sostegno agli azionisti (quelli di Slack Technologies e Noble Energy).
Non credo che queste scuse siano valide. Invece, penso che le persone stiano confondendo l'immagine soffice con la realtà. Dove il cambiamento sta avvenendo, è guidato dalla concorrenza.
È vero che nessuna azienda può avere successo senza i suoi lavoratori, fornitori e clienti, come dice la Business Roundtable. L'economista del libero mercato Milton Friedman sarebbe stato d'accordo con tutto il cuore. Quello che è cambiato è che i lavoratori e i clienti, aiutati dai social media e dai mercati del lavoro più sottili, sono in grado di chiedere di più alle aziende su questioni che una volta lasciavano correre.
Quando i dipendenti possono facilmente trovare un lavoro altrove e i clienti sono in grado di organizzare boicottaggi con pochi tweet, è più facile pressare le aziende su temi come il lavoro minorile nella filiera, il trattamento delle minoranze e delle donne, le emissioni di carbonio e i commenti impropri dei dirigenti. Le aziende vulnerabili a questi problemi - non tutte lo sono, ma la maggior parte - hanno bisogno di fare attenzione, e stanno sempre più vestendo questa attenzione come preoccupazioni degli stakeholder.
Ma non fatevi ingannare. Gli amministratori delegati si preoccupano ancora principalmente dell’ultima riga di bilancio, quella dell’utile netto (e del loro bonus), perché questo è ciò su cui sono motivati a preoccuparsi. Presteranno attenzione alle preoccupazioni degli stakeholder solo nella misura in cui influenzano quella riga, e in un'acquisizione raramente contano.
Francamente, si può essere d’accordo. I dipendenti che vogliono un accordo migliore devono organizzarsi e chiederlo, o dimettersi, non devono contare sull'elemosina di un leader aziendale benevolo. I clienti che vogliono che le aziende cambino dovrebbero votare con i loro portafogli, o almeno minacciare di farlo. E in una democrazia, è la società nel suo insieme - attraverso le tasse e le normative- che dovrebbe decidere sugli standard minimi di lavoro, su come ridurre il carbonio e sull'equilibrio tra il rendimento del capitale e quello del lavoro.
Lasciate queste decisioni agli amministratori delegati, e gli accordi di acquisizione dimostrano che cosa succede: gli investitori ottengono quasi tutto, e ciò che rimane è per lo più arraffato dai manager stessi.
