Nelle ultime settimane, il mercato delle criptovalute ha subito una battuta d’arresto. Elon Musk, preoccupato dell’impatto ambientale dei Bitcoin, ha ritirato il suo proposito di consentire l’acquisto di auto Tesla con la maggiore criptovaluta sul mercato. Inoltre, anche la Banca Popolare Cinese ha portato ulteriore turbolenza, avendo affermato che i token digitali non possono essere utilizzati come mezzo di pagamento. Tuttavia, nonostante il crollo conseguito a questi due eventi, il mercato degli asset digitali ha ancora un valore attorno ai 1.700 miliardi di dollari, ovvero al 15% circa del mercato dell’oro o alla capitalizzazione di Microsoft. Quindi, date le sue dimensioni ragguardevoli, sorge spontanea una domanda: un crash in questo mercato potrebbe avere ripercussioni sull’intero sistema economico? A nostro avviso, questa è un’evenienza alquanto improbabile; infatti, il rischio sistemico dipende da chi sono i player di mercato che possiedono gli asset e da quanto sono indebitati. Quest’ultimo fattore potrebbe portare delle ondate di vendita, che a loro volta causano spinte a ribasso che possono andare a colpire anche mercati adiacenti. I dati sulla diffusione delle criptovalute sono alquanto nebulosi, ma questa non è una sorpresa, visto che la loro attrattività deriva proprio dal fatto che il loro possesso e il loro trading sono anonimi. Pertanto, non è opportuno ritenere che queste «valute» siano utilizzate da riciclatori di denaro, evasori fiscali ed evasori di sanzioni commerciali e controlli sui capitali. Tuttavia, recentemente, il ministero del Tesoro statunitense ha dichiarato di voler fare in modo che il trading di Bitcoin sia documentato, come già accade con il trasferimento di denaro contante. Da un lato, non possiamo dire che questo disincentiverà il riciclaggio e l’evasione fiscale, dall’altro potrebbe essere l’inizio di un crack di mercato.
Purtroppo, tutto questo riflette anche le grandi dimensioni dell’economia sommersa e la mancanza di fiducia verso il governo, il tutto in coincidenza con un elevato tasso di risparmio e con il proliferare di pubblicità su come fare soldi facili sui media tradizionali, mentre le piattaforme tecnologiche accessibili a tutti offrono accesso a transazioni rapide e apparentemente gratuite o a basso costo. Bloomberg ha riportato che generalmente il mercato delle criptovalute è molto concentrato: ci sono 200 milioni di investitori in criptovalute in tutto il mondo, ma il 2% di loro possiede il 95% degli asset digitali, mentre il 70% di chi investe in Bitcoin, ne possiede meno di 0,01. Anche il numero di investitori istituzionali è ancora piuttosto basso, con JP Morgan che ha stimato la capitalizzazione dei fondi in Bitcoin a soli 10 miliardi di dollari, una percentuale molto ridotta rispetto ai fondi mutual e a tutti gli investitori istituzionali in Bitcoin. Infine, è estremamente difficile fare leveraging con le criptovalute: con l’elevata volatilità di questi mercati, i margini per riuscirci sono semplicemente troppo alti. Per esempio, i future in Bitcoin richiedono margini vicini al 100%, quindi le opportunità di leveraging sono sostanzialmente nulle. In effetti, c’è un articolo interessante della Fca che suggerisce che i nuovi investitori retail potrebbero essere tra i più colpiti. Così, in conclusione, un’ondata di vendite nel mercato delle criptovalute potrebbe colpire alcuni dei player e portarne altri al default se troppo indebitati, pensiamo soprattutto a quelle piattaforme di trading che non adattano i margini giornalmente. Tuttavia, riteniamo che tutto questo non si possa tradurre in un vero e proprio rischio di sistema. (riproduzione riservata)