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Le sfide del wealth management italiano secondo Deloitte, tra patrimoni "stranieri", nuove generazioni e sostenibilità

di Andrea Fiorini
24 settembre 2024, 11:45 Ultimo aggiornamento: 14:16

Dall'analisi di Deloitte sul settore delle gestioni patrimoniali emergono le opportunità del nuovo decennio ma anche quattro sfide fondamentali

Le sfide del wealth management italiano secondo Deloitte, tra patrimoni
L'Italia è diventata un paradiso fiscale? L'affermazione farebbe sorridere amaramente molti contribuenti dello Stivale se non arrivasse, implicitamente, da una fonte più che autorevole: Deloitte. Secondo un’analisi realizzata dalla multinazionale della consulenza che mette a confronto il mercato italiano del wealth management con le principali economie internazionali, infatti, grazie al favorevole regime fiscale introdotto nel 2017 che favorisce il trasferimento in Italia di stranieri patrimonializzati, il nostro Paese sta diventando sempre più attrattivo per i "residenti non domiciliati", ovvero per chi trasferisce qui la residenza fiscale.

Un fenomeno che sarebbe poi ulteriormente favorito dall'inasprimento delle politiche fiscali in Paesi fino ad ora considerati mete privilegiate del "turismo fiscale". "Nonostante il recente innalzamento della tassa da 100.000 euro a 200.000 euro - spiega Deloitte - il regime italiano resta molto attrattivo, anche alla luce delle recenti revisioni dei regimi portoghese (circa 75.000 aderenti) e britannico (ca. 70.000), che hanno drasticamente ridimensionato i benefici concessi a questi cittadini".

Inoltre, si legge ancora nella ricerca, "secondo un benchmark condotto a livello europeo (...) il regime italiano, che oggi conta circa 3.000 aderenti, risulta essere uno dei più attrattivi in Europa grazie all’estesa durata dei benefici: 15 anni contro i 13 della media europea". 

Politiche fiscali dei Paesi europei per la residenza fiscale, Deloitte 2024
Politiche fiscali dei Paesi europei per la residenza fiscale, Deloitte 2024

 

Wealth management e polarizzazione

Un fenomeno quindi che rappresenta un'ottima opportunità per l'industria del wealth management, che può aggiungere alla ricchezza degli italiani anche quella degli stranieri in cerca di un conveniente ombrello fiscale. Una ricchezza, quella dei già residenti, che peraltro nell'ultimo decennio avrebbe registrato una crescita a doppia cifra portando però con sé un fenomeno meno positivo, cioè un'accentuata polarizzazione.   

“Se nel 2013 la quota di ricchezza finanziaria investibile in mano a clienti private, wealth e Hnwi [high net worth individual] ammontava al 34% del totale - scrive Deloitte nell'analisi - nel 2023 la quota ha sfiorato il 40% dei 3,6 trilioni di euro investibili, con una crescita media annua del +3% negli ultimi dieci anni”.

Un monte patrimoniale attualmente in mano a clienti con un'età media compresa tra i 65 e i 70 anni, che quindi si avvia ad affrontare il tema del passaggio generazionale: un altro tema estremamente significativo per il business della gestione. 

Basti pensare che "tra i clienti che appartengono alla fascia private&up - spiegano gli estensori dello studio - è stato rilevato che oltre la metà ha un’età superiore ai 65 anni, con quasi un terzo avente più di 74 anni. I trasferimenti di ricchezza sono, infatti, passati dai 195 miliardi di euro nel 2013 ai circa 280 miliardi di euro nel 2023, con una crescita media annua del +6%". Nel prossimo decennio, quindi, all'ingente trasferimento generazionale di patrimoni corrisponderà una necessaria focalizzazione degli operatori verso clienti under 25 e della generazione compresa tra i 25 e i 40 anni. 

Politiche fiscali dei Paesi europei per la residenza fiscale, Deloitte 2024La ricchezza finanziaria in Italia per fascia di patrimonio, Deloitte 2024
La ricchezza finanziaria in Italia per fascia di patrimonio, Deloitte 2024

 

Distribuzione e prodotti

L'analisi si sposta quindi a verificare attraverso quali canali viene e verrà messa a disposizione dei clienti l'offerta di consulenza. E la prima indicazione che emerge è che le reti di consulenti finanziari, la cui quota di mercato servita è oggi di oltre il 20%, starebbero progressivamente erodendo gli spazi dei player bancari tradizionali, passati dal 70% del 2013 a circa il 60% attuale. 

Il che significa che le reti non solo nell'ultimo decennio hanno mediamente "rubato" l'1% all'anno alle banche, ma hanno anche acquisito un ulteriore 1% da altri canali. Un trend che dovrebbe proseguire, anche a fronte della prevista crescita dei canali digitali di contatto tra clienti e operatori contro la riduzione di sportelli e filiali.

Per quanto riguarda i prodotti offerti, Deloitte rileva come proprio il ricambio generazionale sembri favorire anche strategie e offerte innovative, tra cui per esempio le tematiche Esg.

In questo caso però è facile rischiare di prendere un abbaglio: se è vero che il numero di fondi sostenibili a fine 2023 aveva raggiunto quota 2500 (rispetto ai 1700 di due anni prima), con asset gestiti in crescita di poco più dell’1% all’anno nell’ultimo decennio), è altresì vero che la normativa europea Sfdr ha “costretto” molti emittenti a cambiare la confezione dei fondi più che la loro reale sostanza. Ciò che comunque è certo è che la marcia verso la sostenibilità è una tendenza che nei prossimi anni è destinata a crescere e a consolidarsi.

Il prossimo decennio

Con questi scenari di fronte, quindi, cosa si devono aspettare gli operatori della gestione patrimoniale? Secondo Deloitte le sfide chiave sono quattro:
1. l’individuazione di un modello di servizio e coverage capace di gestire il passaggio generazionale;
2. la definizione del ruolo della banca nell’ambito della value chain, valutando possibili integrazioni con fabbriche prodotto e/o business e segmenti ancillari;
3. l’identificazione delle modalità di adozione e dei programmi d’implementazione delle nuove tecnologie;
4. la scelta del corretto dimensionamento e coverage geografico (nazionale vs. internazionale).

 



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