Quando nel 2018 Erick Calderon ha provato a dare a un collega l’immagine pixellata di un uomo con un cappello viola come regalo di Natale, quest’ultimo ha rifiutato e l’immagine è diventata del padre di Calderon. Lo scorso febbraio, è stata venduta per 46.000 dollari.
All’immagine era legato un token non fungibile, meglio conosciuto come NFT, ma chiamato anche CryptoPunk: si tratta di una delle 10mila immagini digitali uniche e generate da algoritmi create da due programmatori di software nel 2017 e progettate per essere scambiate tramite blockchain, ovvero una struttura dati digitale che registra le transazioni. In origine, le suddette immagini sono state distribuite gratuitamente a chiunque avesse a disposizione un portafoglio o un account blockchain.
La rapida crescita del mercato degli NFT ha portato l’asset digitale dall’essere quasi del tutto sconosciuto a diventare di pubblico dominio. Il programma statunitense Saturday Night Live ha dedicato tre minuti di un episodio di marzo alla spiegazione dei token non fungibili attraverso uno sketch basato sulla musica rap. Nel primo trimestre dell’anno, il valore totale delle vendite di NFT sulla piattaforma Ethereum, la maggiore blockchain alla base di queste transizioni, è balzato a 2 miliardi di dollari rispetto ai 94 milioni del trimestre precedente secondo quanto riportato dal sito web NonFungible.com che si occupa di rilevamento di dati.
«Pensavo di raggiungere i risultati di oggi tra cinque anni», ha spiegato Calderon, il quarantenne fondatore di Art Blocks, un progetto artistico dedicato ai NFT, «questa esplosione è stata incredibile».
NFT non era un’espressione conosciuta fino al 2017, quando iniziò a circolare col lancio di CryptoKitties, che permette agli utenti di allevare e scambiarsi gatti digitali, come sottolineato da Roham Gharegozlou, ceo di Dapper Labs, la società che ha sviluppato il gioco. Lui e i suoi collaboratori hanno usato la stessa tecnologia blockchain alla base delle criptovalute per creare gli NFT, che sono diventati collari identificativi per i gatti digitali.
Le criptovalute, così come i Bitcoin, sono fungibili in quanto tutti i Bitcoin hanno lo stesso valore, mentre gli NFT sono creati per essere unici. Si sono diffusi coi gatti, ma ora vengono utilizzati anche nell’arte digitale, negli album, nelle armi dei videogiochi e all’interno di altri accessori virtuali. «La scelta del nome non è stata così difficile, il resto era fungibile e noi li abbiamo chiamati non fungibili», ha commentato Gharegozlou.
Il progetto è stato lanciato sulla rete Ethereum: mentre le blockchain dei Bitcoin avevano lo scopo di facilitare le transazioni decentralizzate, la struttura di Ethereum forniva agli utenti strumenti più complessi come richieste finanziarie e contratti all’interno del registro digitale. In quel periodo serviva una bella somma per creare asset su questa rete poco utilizzata.
Gli NFT di CryptoKitties hanno avuto dei precursori con un nome diverso basati principalmente su blockchain di Bitcoin. Nel 2013, un gruppo di sviluppatori ha ipotizzato in uno studio che ai Bitcoin si potesse assegnare un colore diverso in modo da poterli distinguere tra di loro e dare un valore indipendente della criptovaluta stessa, i cosiddetti Bitcoin colorati.
L’idea è stata il punto di partenza per la creazione di Counterparty, una rete nata per fornire agli utenti la possibilità di includere piccoli bit di dati all’interno delle transazioni di Bitcoin. Adam Krellenstein, uno dei fondatori della piattaforma, ha descritto il processo come «una scrittura ai margini di un’operazione in Bitcoin».
«La nostra attenzione era principalmente concentrata sulla creazione delle fondamenta e della piattaforma, e dunque degli strumenti che avrebbero permesso agli utenti di costruire qualcosa che io non potevo immaginare», ha affermato Krellenstein, aggiungendo che «questi ultimi progetti hanno in qualche modo dimostrato cosa si potesse fare».
Poco tempo dopo è stato possibile archiviare arte digitale da collezionare grazie alla tecnologia blockchain di Counterparty. Nel 2016 Rare Pepes ha fornito alcune immagini scambiabili e ispirate alla famosa mascotte di Internet Pepe the Frog, una rana protagonista di un cartone che divenne poi il simbolo dei suprematisti bianchi.
Gli utenti potevano creare la loro versione di Rare Pepes che veniva aggiunta alla blockchain una volta approvata dagli sviluppatori della piattaforma: con l’aumento degli utenti che aderivano all’iniziativa, la collezione divenne meno concentrata sulla figura della rana. Nonostante il personaggio iniziale sia divenuto il simbolo della supremazia bianca, «è stato un progetto molto importante nella storia della crypto art in generale», ha spiegato Joe Looney, uno degli sviluppatori di Rare Pepes.
Looney non ha subito gradito il termine NFT, ma ora si rende conto dell’efficacia della sigla che ha permesso alla tecnologia di ottenere una più ampia accettazione. «Non è un caso che abbia avuto successo e che si tratta di un acronimo composto da tre lettere come JPG o GIF,» ha affermato, riferendosi ai famosi formati di immagini. «Le persone che non se ne intendono credono che sia un tipo di file».
Nel frattempo, sono nati nuovi network con interfacce semplici che permettono agli utenti di utilizzare i numeri delle carte di credito per compare, vedere e creare immagini digitali collezionabili legate agli NFT. Piattaforme come NBA Top Shot hanno inaugurato questa tecnologia con i fan dello sport che non sono esperti di criptovalute, ma che sono disposti a pagare per avere un video dei momenti salienti delle partite.
Secondo Gharegozlou, un giorno gli NFT verranno utilizzati anche nel mondo reale: prima che lui e altri suoi colleghi decidessero di creare CryptoKitties, la tecnologia era stata pensata per registrare transazioni immobiliari.
Questo progetto avrebbe però comportato una cooperazione con il governo, e quindi hanno preferito i gatti digitali: «Internet è dominato dai gatti, sono la prima cosa che diventa virale», ha concluso, aggiungendo che la maggior parte degli sviluppatori erano amanti dei cani. «Idee come quelle sono ancora lontane in quanto richiedono una coordinazione tra piattaforme online e offline, e ci vorrà tempo prima di raggiungerla», ha concluso Gharegozlou. (riproduzione riservata)
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