Microsoft afferma che gli Stati Uniti dovrebbero prendere esempio dalla proposta australiana di far pagare ai giganti della tecnologia le notizie dei giornali, in pieno scontro con i rivali Alphabet, Google e Facebook. Non è la prima volta che l’azienda tecnologica di Bill Gates prende posizione su questioni che riguardano la concorrenza, soprattutto nei campi in cui hanno un vantaggio. Bing, il motore di ricerca di Microsoft, è ben lontano dalle quote di mercato di Google. Microsoft ha esortato i governi a regolamentare meglio la tecnologia di riconoscimento facciale e lo scorso anno si è schierato dalla parte di uno sviluppatore di videogiochi contro Apple in una controversia per le commissioni dell’App Store.
Se la proposta australiana, ora sottoposta all’attenzione di una commissione parlamentare, diventerà legge, altri Paesi potranno decidere di seguirne l’esempio con una conseguente trasformazione globale delle relazioni tra i giganti della tecnologia e i media tradizionali. Alcuni paesi, soprattutto in Europa, hanno provato più volte a imporre alle aziende tech il pagamento degli editori, anche se con scarsi risultati. La proposta australiana ha preso slancio lo scorso anno, quando la flessione causata dalla pandemia ha reso la situazione finanziaria delle compagnie mediatiche ancora più difficile. «Gli Stati Uniti non dovrebbero opporsi alla proposta australiana, che rafforza la democrazia richiedendo alle aziende tech di supportare la stampa gratuita», ha scritto in un post pubblicato giovedì 11 Brad Smith, presidente di Microsoft. «Dovrebbe, anzi, prendere esempio».
La proposta avanzata dall’Australia prevede una negoziazione tra editori e giganti della tecnologia e, qualora non venga raggiunto un accordo, un arbitrato vincolante. Richiede inoltre alle aziende tech di notificare agli editori i cambiamenti degli algoritmi che potrebbero intaccare l’ordine dei risultati di ricerca.
L’amministrazione Trump ha contrastato la proposta, rifiutandosi di iniziare ad applicarla proprio su due aziende americane, e alcune specifiche del processo arbitrario vincolante, ritenute a favore delle agenzie di stampa. Smith, presidente di Microsoft, afferma che invece il neoeletto presidente Biden dovrebbe riconsiderare la proposta. «In fin dei conti cosa c’è di sbagliato nel ricompensare le agenzie d’informazione indipendente per i benefici che i pilastri della tecnologia traggono da questi contenuti?», ha scritto Smith. Anche se inizialmente la legge australiana non sarà applicata a Microsoft, il presidente ha detto che la società è pronta ad adeguarsi ai nuovi obblighi imposti dalla legge e a condividere i ricavi con le agenzie di stampa come è stato proposto. Google e Facebook hanno sottolineato che la proposta creerebbe un precedente ingestibile dal momento che Internet si basa su una condivisione gratuita di link. Qualora diventi una legge senza subire modifiche, Google si è detto pronto a chiudere in Australia e Facebook a impedire agli utenti delle piattaforme social australiane la condivisione di link che rimandando ad articoli di giornale. Le due società si sono dette intenzionate a investire in editori locali e indicano accordi siglati di recente a dimostrazione della loro capacità di negoziare equamente con le agenzie di stampa. Hanno poi aggiunto che gli editori traggono benefici dai link che rimandano ai loro contenuti che appaiono nei risultati di ricerca e sui social media, in quanto indirizzano gli utenti direttamente ai loro siti web.
La dirigenza di Google sostiene che la proposta dell’Australia dovrebbe essere limitata e applicata solo al nuovo prodotto News Showcase piuttosto che ai risultati di ricerca. News Showcase offre specifiche sezioni con le notizie che appaiono sui servizi di Google, che paga gli editori per i loro contenuti. La società ha suggerito di rivolgersi a un mediatore in caso ci fossero dei disaccordi riguardanti il prodotto.
Questa settimana Google ha introdotto News Showcase anche nel Regno Unito e in Argentina, in seguito al lancio della settimana scorsa in Australia dove, secondo quanto riferito, sette editori si sono già iscritti. A livello globale la compagnia ha investito un miliardo di dollari nel prodotto per i prossimi tre anni. «Questo si aggiunge alle centinaia di accordi siglati in decine di Paesi nel mondo e i commenti positivi degli editori e dei decisori politici sono la dimostrazione che News Showcase rappresenta una soluzione interessante», ha affermato Lucinda Longcroft, direttrice degli affari governativi di Google in Australia.
Ma alcuni editori in Australia, tra cui la sussidiaria locale di News Corp, proprietaria dell’editore del Wall Street JournalDow Jones & Co, sostengono che Google e Facebook esercitino un potere di mercato tale da non lasciare spazio alle negoziazioni. E che i giganti della tecnologia non pagano nulla per i contenuti, ma guadagnano sulle entrate pubblicitarie dalle visualizzazioni dei loro siti e aumentano il loro traffico includendo link che rimandano ad articoli di informazione.
I tentativi di lobbying dei colossi hi-tech sono aumentati negli ultimi giorni in vista del rapporto della commissione parlamentare. Nelle prossime settimane i politici potrebbero votare la legislazione, potenzialmente modificabile in futuro. Alti funzionari australiani hanno detto di aver parlato di recente con il ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, di Alphabet, Sundar Pichai, e di Microsoft, Satya Nadella. «Siamo riusciti ad affrontare il discorso in maniera positiva, nell’ottica della prosecuzione dei loro servizi qui in Australia», ha dichiarato il primo ministro Scott Morrison.
Google e Facebook non sono gli unici a dirsi preoccupati per la proposta australiana. Tim Berners-Lee, l’informatico a cui si attribuisce il merito di aver inventato il World Wide Web, ha sostenuto in un discorso al parlamento che richiedendo il pagamento per fornire i link ai contenuti online, la legge «rischia di violare uno dei principi fondamentali del Web». (riproduzione riservata)
